Venerdì 12 novembre, 18.mo anniversario della strage di Nassiriya, è trascorso senza che le vittime venissero solennemente ricordate dalle istituzioni locali
Il giorno dopo, sabato 13, due reduci dalla tremenda esperienza che ha segnato l’umanità, Lorenzo (carabiniere) e Simone (lagunare), si sono incontrati casualmente, e non hanno potuto fare a meno di confidare l’uno all’altro il personale disappunto. Lorenzo e Simone, il primo in congedo da qualche anno, hanno operato talvolta anche spalla a spalla in uno degli scenari più apocalittici, ed il loro animo oltre che il loro fisico, resta segnato da momenti e vicissitudini inenarrabili. Portare la pace fra le genti, e restare coinvolti con cadenza frequente in agguati e scontri a fuoco, sono un’esperienza terribile. Il 12 novembre 2003 alle 10.40 ora locale, le 8.40 in Italia, un’autocisterna forzò l’entrata della base Maestrale, presidiata dai carabinieri italiani, nella città di Nassiriya, in Iraq: i due uomini a bordo fecero esplodere una bomba. La deflagrazione, con un effetto domino, fece saltare in aria il deposito munizioni. E spezzò 28 vite, quelle di 9 iracheni e di 19 italiani: 12 carabinieri, 5 militari dell’esercito e due civili, un cooperatore internazionale e un regista. Fu il più grave attacco subito dall’esercito italiano dalla fine della Seconda Guerra mondiale. E dopo 18 anni, mentre non si rinuncia ad incontri costosi e poco seguiti, e ad assembramenti conviviali che hanno come risultato la crescita dei contagi da Covid, neppure una Messa in ricordo di chi ha sacrificato la vita per noi. Amarezza e delusione, condivisi da tutti. Jackal
