Sovraffollamento carcerario: problemi (e rimedi) all’italiana

paolo
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Caro Lettore,

nella settimana appena trascorsa l’Istat ha reso noto il dato relativo alla popolazione carceraria ristretta negli istituti di pena presenti sul territorio italiano: al 31 dicembre 2013, nelle carceri nostrane erano detenute ben 62.536 persone, con un decremento del 4,8% rispetto al dato riferito all’anno precedente e dell’8% rispetto a quello relativo al 2010; di questi 62.536 detenuti, 40.682 erano italiani (dunque circa il 65%) e 21.854 stranieri (dunque il restante 35%).

Nonostante il trend positivo, i numeri non lasciano spazio a troppo ottimismo, posto che – proprio nel biennio 2012-2013 – il Parlamento aveva già attuato misure volte ad abbassare la popolazione carceraria, soprattutto attraverso l’introduzione (implementata negli anni successivi ed in particolar modo nel 2014) di sanzioni alternative alla detenzione intramuraria: era dunque lecito attendersi un decremento superiore al 4,8% registrato dall’Istat, che certamente non risolve il gravissimo problema collegato al sovraffollamento delle carceri italiane.

Il dato che infatti lascia ancora sbigottiti è quello concernente il raffronto tra la popolazione carceraria stimata (pari, giova ribadirlo, a 62.536 detenuti al 31.12.2013) e la capienza complessiva degli istituti di pena presenti sul territorio italiano, che non raggiunge le 50.000 unità: tale valore è finanche notorio e – nonostante l’emergenza e la gravità della situazione – non ha subìto negli ultimi anni significativi incrementi; attraverso un agevole calcolo algebrico, risulta evidente come vi sia un surplus di oltre 12.000 unità, il quale si ripercuote chiaramente sulla qualità della vita e, ancor prima, sulla dignità umana dei detenuti, spesso ammassati come bestie all’interno delle celle italiane.

Il problema non è di poco conto e – oltre a costare al Bel Paese (ergo, a noi tutti) svariati milioni di euro di multe, a causa delle continue sanzioni provenienti dalla Comunità Europea e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – si protrae ormai da anni, forse da decenni: tale circostanza in realtà non sorprende più di tanto, potendo paragonarsi la questione del sovraffollamento carcerario ad altre “telenovele” italiche, quali – ad esempio – le inerzie istituzionali nella costruzione della Salerno-Reggio o nella bonifica della “terra dei fuochi”…

Ma qual è la causa di una situazione oramai insostenibile e, soprattutto, quali i rimedi ipotizzabili..?

Senza avere alcuna pretesa di completezza, nel premettere come cause e rimedi siano complessi e variegati, non ci si può esimere dal sottolineare l’assoluta perdurante inerzia delle Istituzioni verso la necessaria implementazione dell’edilizia carceraria: costruire nuovi istituti di pena o ampliare quelli già esistenti sarebbe operazione certamente costosa, ma – in un’ottica lungimirante – avrebbe potuto essere ampiamente finanziata già solo dalle centinaia di milioni di euro di multe pagate “a fondo perduto” dai contribuenti italiani a fronte delle salate sanzioni cui si è fatto cenno.

Viceversa, nel corso degli ultimi anni, mosso dall’assoluta insostenibilità della situazione, il Parlamento è intervenuto a più riprese attraverso gli ormai noti provvedimenti cc.dd. “svuota-carceri”, che tuttavia – come appare piuttosto evidente dall’analisi dei dati Istat – non sembrano aver apportato significativi benefici, assumendo invece sempre più chiaramente tutti i contorni dei più classici “rimedi all’italiana”.

In buona sostanza, il Parlamento ha raccolto la polvere e – anziché eliminarla – l’ha nascosta sotto il tappeto del salotto italico: anziché costruire strutture idonee a soddisfare la “domanda” di posti detentivi, ha inciso – spesso scriteriatamente – sulla effettività della pena, introducendo misure che avrebbero dovuto garantire la liberazione (mai avvenuta) di migliaia di detenuti.

A prescindere da ogni valutazione in ordine alla opportunità di una tale scelta di politica criminale (sulla quale si tornerà nei prossimi interventi), non v’è chi non veda come il risultato non sia stato perseguito, con la conseguenza per cui le condizioni di vita dei detenuti “italiani” si fanno sempre più drammatiche e disumane.

In definitiva, per comprendere la gravità della problematica evidenziata, basterebbe rammentare come – nel nostro ordinamento, ai sensi dell’art. 27, comma 3 Cost. – «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»: ebbene, quale rieducazione può ravvisarsi nel costringere il reo a restare per mesi o anni all’interno di una cella con superficie calpestabile inferiore ai tre metri quadrati pro capite..? Quale risultato concreto ne deriva..?

A parere di chi scrive, una prolungata detenzione di tal genere non fa altro che condurre ad un risultato diametralmente opposto rispetto a quello desiderato e costituzionalmente garantito, finendo con l’inasprire qualsiasi impulso criminale…

 

Avv. Luigi Annunziata

Foro di Roma

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