Scuola e Dintorni – Una volta si chiamava Preside: cambiano i nomi, cambiano i tempi…

paolo
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Al vertice di una scuola c è il Dirigente Scolastico ( D.S.), fino a qualche anno fa semplicemente il Preside.

La mutazione del nome si inserisce in un tentativo di riformare la scuola per   farla diventare un’azienda, al fine di poterne controllare la produttività e l’utilità.

Non è possibile essere d’accordo con questa trasformazione (che peraltro spesso è solo di forma), poiché in una scuola ci sono centinaia di persone diverse, chi  impegnato nel tentativo di crescere, chi alle prese con un lavoro non più gratificante a livello personale e irrilevante a livello sociale.

La scuola italiana non può essere cambiata con un’operazione di marketing, ma attraverso un grosso sovvertimento sociale mirante a ridare alle persone i valori fondanti che rendono l’uomo diverso dagli altri esseri viventi presenti sulla Terra. Non si può prescindere da una rifondazione e rigenerazione del’essere umano.

Noi insegnanti, oggi, abbiamo di fronte alunni con i quali c è un gap generazionale ampio,che non è possibile pensare si possa colmare  solo con l’utilizzo della strumentazione informatica. I nostri alunni provengono da famiglie disgregate o allargate o” sgarrupate”, bisogna pertanto porsi delle domande sulla validità dell’istituzione “famiglia” oggi.  La famiglia è sempre stata un’entità da cui si diramano nodi che ci seguono durante la nostra vita, ed  in qualche modo è stata sempre intesa come il collante di  un nucleo che si ritrovava a condividere un passato, un presente, un futuro. Oggi i nostri ragazzi hanno perso tutti i punti di riferimento, privati e pubblici.

La cosiddetta “società liquida” di Bauman dove sta portando? Nella società anglosassone , per esempio, gli alunni sono più preparati dei nostri? I nostri studenti migliori, una volta in possesso di titolo qualificante, vanno all’estero a cercare lavoro, dove gli vengono riconosciute la competenza e la bravura, ma è la scuola italiana che li ha formati.

L’insegnante può intervenire in questo scenario solo con onestà intellettuale e dignità.

La dignità sociale però è stata persa nel corso delle riforme che i vari Ministri ci hanno propinato negli anni.

Siamo dunque di fronte ad una nuova riforma, la Buona Scuola, che a prescindere dai cambiamenti attuati sui corsi di studio, dalle probabili assunzioni di qualche migliaio di precari, si impantana sulla meritocrazia dei docenti, che in qualche modo deve essere valutata dal D.S., magari con il placet degli alunni.

Il D.S. ,infatti, potrà attribuire al 5% della sua classe docente una gratifica di 500 euro al fine di aggiornamento culturale e quindi professionale.

Cito da “La missione del preside” di Francesco Merlo (la Repubblica,14 marzo 2015): “…Sono piccole mance che ribadiscono però la condizione di straccioni della cultura degli insegnanti italiani…”

Ora, è evidente che una siffatta valutazione scontenta tutti noi docenti.  Non è un Preside, o un comitato di valutazione senza una specifica professionalità, che possono valutare l’impatto di un insegnante sulle menti umane. Bisognerà ,prima o poi, capire che il lavoro del docente non è valutabile in questi termini. Bisognerà capire che il docente deve riacquistare fiducia in se stesso, coltivare e sviluppare le proprie capacità, aggiornarsi, migliorare la sua preparazione, essere messo in condizione di svolgere il proprio lavoro serenamente.

E’ovvio che stiamo discettando di esseri umani, con zone di luce e zone d’ombra, con personalità  non omologabili; pertanto la riuscita di questo lavoro sta tutta nell’onestà intellettuale e nella dignità di cui sopra.

Bisogna seguire il Docente in classe e rendersi conto di come gestisce una lezione (oggettivamente),solo così ci si può avvicinare ad una valutazione del suo operato. A fronte di tanti Docenti che buttano l’anima in classe e ne escono stremati, ce ne sono altri che non svolgono bene il proprio lavoro, perché demotivati e indifferenti. Cominciamo con il togliere il doppio lavoro, per esempio .Molti colleghi usano la scuola come un ripiego, un mezzo per avere uno stipendio ( piccolo) sicuro a fine mese ma senza apportarvi la professionalità che esercitano in un lavoro autonomo. Quante volte mi sono sentita dire “..sai questo non è il mio vero lavoro, io ho lo studio….” .

E vogliamo parlare dei D.S.? sarebbe buona cosa esercitare questo ruolo con “la diligenza del buon padre di famiglia” locuzione giuridica che sta ad indicare la capacità, innata o acquisita, di gestire  una situazione con competenza e raziocinio, mediate dalla bontà d’animo e dalla capacità di ascolto.

Ancora, da Francesco Merlo “….non è trasformando i presidi in tanti malpagati e frustrati dottor Orimbelli, il capufficio che sbeffeggia Fracchia, che si può restituire credito sociale,appeal, fascino ed autorevolezza a una professione irresponsabilmente degradata.”

Un Preside deve esercitare il suo ruolo di accordatore delle risorse umane con autorevolezza e lungimiranza. Deve “fare squadra”, mutuando un termine aziendale.

Sono spunti di riflessione che mi piace condividere con chi legge, per un confronto civile e propositivo.

 

Tiziana Fusco

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