Scuola e Dintorni – “Togli il telefonino, per cortesia”

catcst
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“Togli il telefonino, per cortesia” “no, prof, non ce l’ho, ti giuro non ce l’ho!”con espressione gravemente e intollerabilmente offesa. Chissà perché avevo pensato che  l’avesse: crocchio di alunni attorno alla cattedra nel tentativo arduo di interessarli all’esistenza dei loro diritti e doveri, e Stefano (alunno di cui sopra, nome di fantasia) con le mani in grembo e occhi bassi. Cosa starà facendo? E’ lecito e logico pensare che stia lavorando sul telefonino, che è una propaggine artificiale della sua persona. Tutti i miei alunni vivono in simbiosi con il loro cellulare. Inizialmente lo usavano per interagire con i loro coetanei  “amici” sui social. Oggi lo usano solo per i giochi. Tutti indistintamente, maschi e femmine. E’ impressionante osservarli: concentrati al massimo, velocissimi nella digitazione, al fine di raggiungere l’obiettivo prefisso dall’applicazione. A volte in classe ci sono minuti di vuoto, per vari motivi: annotazioni sul registro, un collaboratore che entra con una nuova circolare, chiarimenti con un collega, ecc, pertanto capita di allentare il controllo sull’uso del cellulare, ma appena si risollevano gli occhi sugli alunni si rimane basiti: tutti gli alunni, persone-automi, concentrati sul proprio telefonino, aria assorta ed estraniata dal resto del mondo. L’impressione è che i nostri alunni non abbiano bisogno di altro per stare bene. Ognuno immerso in una bolla di sapone, individualista ed autosufficiente. Un paio di giorni fa uno dei miei alunni più partecipi ed attenti, in un impeto di condivisione, è venuto a farmi vedere il gioco che lo impegnava, con gli occhi che luccicavano , “…professoressa, guardi: devo costruirmi un rifugio, devo trovare il materiale, inventare soluzioni per non essere scoperto e abbattuto!”. Non so. Qualche riflessione.
  • È vero: ogni anno il Ministro esorta al controllo sull’uso del telefonino, che in teoria sarebbe vietato in classe.
Ma siete mai stati in una classe? Oggi, non 2, 5, 10 anni fa. E’ facile pontificare. Entriamo in una classe di nativi digitali, vediamo se è così facile far rispettare la circolare suddetta. Un telefonino si nasconde facilmente, si camuffa, magari se ne possiedono diversi. Ogni volta che se ne becca uno la risposta è sempre la stessa “sto parlando con mamma!” occhioni sgranati e viso angelico. Sequestrarlo. Certo, si può fare. Ma si dovrebbero sequestrare centinaia di cellulari quotidianamente e poi i genitori si precipiterebbero a riprenderli sotto minacce non tanto velate da parte dei pargoli. Li definirei ordini perentori a cui un “povero” genitore non può sottrarsi, pena isteria del proprio figliolo. E i genitori preferiscono soccombere, hanno abdicato in toto al proprio ruolo, ammesso che sappiano di averlo. Del resto i genitori moderni dotano di tablet i loro bambini già in tenera età, con l’idea che esso serva per sviluppare precocemente l’ambito cognitivo dei loro fanciulli; in realtà per evitare di interagire con loro. Quante volte capita di vedere famigliole giovani in pizzeria o in altri contesti analoghi mentre intrattengono amabilmente rapporti sociali con loro coetanei e i loro figli giocano sul tablet? In questo modo non fanno capricci e non disturbano, ma iniziano a trasferirsi nel mondo digitale, ignorando ciò che realmente li circonda.
  • Si sta insinuando una corrente di pensiero riformista tra gli studiosi del pianeta scuola: i nostri ragazzi sono sempre connessi, perché non ammettere l’uso del cellulare come strumento per imparare? Non bisogna avversare l’avanzata della tecnologia, ma piegarla alla bisogna. E facciamoglielo usare questo benedetto cellulare! A fini conoscitivi, didattici.
Io, però, non ho mai visto usare l’oggetto in questioni a questi fini. La mia non è una battaglia contro la tecnologia, anzi, ma è una presa di coscienza sull’abuso della stessa, questi ragazzi non stanno crescendo bene, si stanno adagiando in un limbo ovattato che nulla aggiunge al processo di formazione di un adulto. Bisogna vivere tra i nostri adolescenti, cercare il dialogo, provare a capire cosa c’è dietro l’apparenza. Spesso si parla di loro senza conoscerli a fondo. Scendere nell’agone è impegnativo, la realtà vera e vissuta è piena di sfaccettature, di zone grigie, che è impossibile uniformare nell’omologazione teorica. Un alunno è prima di tutto una persona che sta cercando di crescere, a volte nell’indifferenza generale. Sappiamo bene come sia difficile crescere, e come sia arduo aiutarli in questo compito. La scuola, oggi, è ancora in grado di assolvere questo compito?   P.S.: la collega di supporto alla classe, grazie ad una visuale migliore della mia, mi ha assicurato che Stefano stava in effetti giocando con il cellulare.   Tiziana Fusco Docente in un Istituto Professionale di secondo grado di Sora
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