Dopo mesi lontani, tre fratellini tornano a casa dal padre.
Ci sono abbracci che valgono più di qualsiasi provvedimento scritto. Abbracci che arrivano dopo mesi di attesa, di lacrime trattenute, di incontri regolati da orari e autorizzazioni. Abbracci che restituiscono ai bambini qualcosa che sembrava perduto: la quotidianità. Per tre fratellini, rispettivamente di 13, 10 e 8 anni, quel momento è finalmente arrivato. Dopo un lungo periodo (circa un anno e mezzo) trascorso lontano dal padre e collocati in una struttura di accoglienza, i minori sono tornati a vivere con lui in esecuzione di un nuovo provvedimento dell’autorità giudiziaria. Una decisione che chiude una fase particolarmente dolorosa della loro vita e apre un nuovo capitolo per l’intera famiglia. L’uomo era stato accusato di non avere favorito gli incontri con la madre dalla quale si era separato. Ma l’uomo, di Guarcino, si è battuto come un leone per far tornare i propri figli a casa. Difeso dall’avvocato Pillon, ha presentato anche una interrogazione parlamentare. Lo scorso aprile il giudice ha firmato il decreto nel quale è stato scritto nero su bianco, che i bambini andavano riaffidati al padre perchè non doveva esserci nei loro confronti alcun comportamento coercitivo. Il desiderio di quei tre ragazzini è sempre stato quello di poter ritornare nelle loro camerette con i loro giochi. Inutile negare che dietro le carte processuali, le relazioni tecniche e i decreti, resta una realtà semplice e umana: quella di tre bambini che hanno trascorso una parte importante della loro infanzia lontani dalla propria casa. Per mesi il padre ha sostenuto pubblicamente la propria battaglia, denunciando quello che riteneva un mancato ascolto delle richieste dei figli e contestando le decisioni che avevano portato al loro allontanamento. Oggi, con il ritorno dei minori presso di lui, quelle contestazioni assumono inevitabilmente un peso diverso e alimentano interrogativi sul percorso che ha condotto la famiglia a vivere una separazione tanto lunga. La vicenda non riguarda soltanto una famiglia. Tocca un tema che negli ultimi anni ha acceso il dibattito pubblico: il delicato equilibrio tra la necessità di proteggere i minori e il diritto degli stessi a essere ascoltati nei procedimenti che li riguardano. Ma prima ancora delle questioni giuridiche, resta l’aspetto umano. Per un adulto il tempo può essere una parentesi. Per un bambino, invece, rappresenta una parte significativa della propria crescita. Sono mesi che coincidono con compleanni, festività, giorni di scuola, paure e conquiste quotidiane che non tornano indietro. Per questo il ritorno a casa assume un significato che va oltre il dato giudiziario. Significa ritrovare la propria stanza, le proprie abitudini, gli oggetti familiari. Significa poter condividere nuovamente la normalità di una cena, di un compito scolastico, di una giornata qualunque vissuta insieme. La decisione che ha disposto il collocamento prevalente presso il padre rappresenta certamente un punto di svolta nella vicenda. Al momento però esiste una sola certezza: tre bambini che per lungo tempo hanno vissuto lontani dal padre sono tornati a casa. E, al di là di ogni controversia, è da quel ritorno che è ricominciata la loro storia.
