Incubo finito per una proprietaria di Alatri: salvata dal Consiglio di Stato la sua villetta a Terracina

Irene Mizzoni
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Dopo sei anni di ricorsi e carte bollate il Consiglio di Stato salva una villetta dalla demolizione

Sono stati sei anni di battaglie legali, sequestri, ordinanze di demolizione, ricorsi e controricorsi. Alla fine, però, la proprietaria di un immobile situato lungo via Pio VI a Terracina ha ottenuto ragione. Il Consiglio di Stato ha infatti annullato il provvedimento che imponeva la demolizione della villetta in corso di realizzazione, ponendo fine a una vicenda giudiziaria e amministrativa che sembrava non avere sbocchi. Tutto era iniziato da un esposto presentato in Procura da un privato cittadino. La segnalazione riguardava presunte difformità edilizie rispetto al progetto autorizzato e al permesso di costruire rilasciato dal Comune. A seguito dell’esposto erano intervenuti i Carabinieri Forestali del Lazio che avevano eseguito accertamenti culminati nel sequestro dell’immobile. Contestualmente erano scattate le denunce nei confronti della proprietaria, una donna residente ad Alatri, del direttore dei lavori, professionista di Ceccano, e del legale rappresentante della ditta esecutrice con sede a Veroli. La proprietaria aveva acquistato l’immobile all’asta con l’intenzione di ristrutturarlo e trasformarlo in una villetta su due livelli. Un progetto che però si era improvvisamente arenato a causa delle contestazioni urbanistiche e della successiva ordinanza comunale che disponeva la demolizione delle opere ritenute abusive. La donna, assistita dal proprio legale, aveva deciso di impugnare il provvedimento davanti al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. Una prima battaglia che si era conclusa con una sconfitta: il Tar aveva infatti rigettato il ricorso ritenendo legittima l’ordinanza di demolizione. Ma la vicenda non si è fermata lì. Il difensore degli interessati, l’avvocato Giuseppe D’Aversano ha portato il caso davanti al Consiglio di Stato sostenendo che le modifiche contestate non erano frutto di una scelta arbitraria, bensì di una necessità tecnica emersa durante i lavori. Nel corso degli scavi, infatti, sarebbe stata rinvenuta una falda acquifera che rischiava di compromettere la stabilità delle fondazioni dell’edificio. Per questa ragione si era reso necessario innalzare il solaio rispetto a quanto previsto originariamente nel progetto autorizzato. Una soluzione tecnica indispensabile per garantire la sicurezza e la tenuta strutturale dell’immobile. Una tesi che ha convinto i giudici di Palazzo Spada. Nella sentenza il Consiglio di Stato ha riconosciuto che l’intervento era giustificato da esigenze oggettive e inderogabili legate alla presenza della falda acquifera. Quanto alle altre difformità rilevate, i magistrati amministrativi le hanno considerate prive di reale rilevanza sotto il profilo tecnico e urbanistico. Da qui la decisione di annullare l’ordinanza di demolizione che per anni aveva tenuto sospesa la sorte dell’immobile. Per la proprietaria si chiude così un lungo periodo di incertezza iniziato con il sequestro del cantiere e proseguito attraverso una complessa trafila giudiziaria. Dopo sei anni di carte bollate, udienze e battaglie legali, potrà finalmente completare la villetta acquistata all’asta e rimasta incompiuta per tutto questo tempo. Una vicenda che evidenzia come, in alcuni casi, le difformità contestate possano derivare da esigenze tecniche impreviste emerse durante l’esecuzione dei lavori e che richiedono una valutazione approfondita prima di adottare provvedimenti estremi come la demolizione di un immobile.
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