“Gentile famiglia Palleschi sento il bisogno di dirvi quello che la mia coscenza mi dice. Penso sempre a quello che è successo e con tanta sofferenza mi rendo conto dell’enorme dolore che il mio gesto a causato alla vostra vita ma non mi rendevo conto di quello che facevo in quell’ maledetto istante ma tengo a precisarvi che non o mai oltraggiato il corpo della vostra cara congiunta e come allora o sentito il bisogno di chiedervi perdono per quello che o fatto non spero che mi perdonerete perché vi o tolto una persona cara alla vostra vita ma ripeto alla mia coscienza mi impone di dirvi quello perché ho rovinato la mia e la vostra vita mi scuso se non mi riesco a esprimo bene il mio pentimento ma non ho potuto frequentare la scuola. In fede Palleschi Antonio. All’Signor Gip di Cassino”.
E’ questo il testo della lettera a firma di Antonio Palleschi, il “Mostro del Fibreno”, l’uomo che lo scorso 1 novembre ha ucciso barbaramente Gilberta Palleschi mentre passeggiava spensierata in via San Martino a Broccostella. E’ dello stesso uomo che ha caricato il corpo esanime della donna nel bagagliaio della sua auto e l’ha trasportato fino a Campoli, gettandolo in una discarica. E’ dello stesso uomo che il giorno dopo si è recato nel luogo dell’occultamento e si è masturbato su quel corpo senza vita, dello stesso uomo che le ha rubato i gioielli che indossava e li ha rivenduti ad un Compro Oro. E’ una lettera piena di errori grammaticali – che tenta anche di giustificare – che la famiglia ha ricevuto ieri mattina e che ha generato una rabbia senza confine, un dolore, un fastidio immane nel fratello, nella cognata, nei nipoti.
Oggi parte il processo e questa lettera ha un sapore amaro, tardivo, inopportuno. <E’ stata una pugnalata al cuore – commenta Giuliana -. Siamo inorriditi ma non servirà a nulla>. La famiglia è convinta che si tratti di una mossa, di una strategia difensiva volta ad impietosire – semmai fosse possibile – i giudici: <E’ evidente che gli è stata dettata, che non nasce dalla sua testa. Quell’uomo non è in grado di provare dolore e non deve permettersi di parlare del nostro. Non ha nemmeno la più pallida idea di cosa sia il dolore e di cosa ha generato con quello che ha fatto. Ha distrutto le nostre vite e per noi deve marcire in carcere>. E’ certo che questa lettera ha avuto come effetto quello di inasprire ancor di più gli animi di parenti e amici che saranno tutti compatti oggi presso il Tribunale della Repubblica di Cassino per chiedere a gran voce una pena esemplare.
Roberta Pugliesi
