Mario Cerciello Rega è il vicebrigadiere dei carabinieri ucciso a Roma, in via Pietro Cossa nel quartiere Prati, nella notte tra il 25 ed il 26 luglio dello scorso anno, durante un’aggressione da parte di due giovani americani: Christian Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, reo confesso delle 11 coltellate inferte al vicebrigadiere nella colluttazione, entrambi a giudizio per concorso in omicidio.
Mario Cerciello Rega, originario di Somma Vesuviana, aveva 35 anni, era sposato da 43 giorni, 13 ne erano passati dal suo ultimo compleanno. La difesa sostiene che i due imputati abbiano agito per legittima difesa: la tesi è che quella maledetta notte gli aggressori fossero convinti che Mario ed Andrea Varriale, il collega in servizio con il vicebrigadiere, non fossero carabinieri ma due malintenzionati. Secondo la ricostruzione i giovani erano stati truffati da un pusher, che aveva rifilato loro una pastiglia di tachipirina invece di una dose di droga e, per vendicarsi, gli statunitensi avevano rubato lo zaino all’uomo che li aveva accompagnati dallo spacciatore. Questo, in seguito alla sottrazione, si era rivolto ai militari dell’Arma: Cerciello e Varriale, disarmati ed in borghese, si erano quindi presentati all’appuntamento per recuperare la borsa. Così Varriale nell’aula Occorsio del Tribunale di Roma all’udienza che si è tenuta lunedì «Siamo andati soli ed anche disarmati perché le condizioni ci lasciavano credere che i due fossero ladri di polli» ribadendo di essersi qualificati ed avere mostrato il distintivo ai ragazzi «Ci qualificammo con la placca in mano, eravamo a 3 o 4 metri di distanza da loro. Poi l’abbiamo riposta in tasca per essere a mani libere. Non avevo la pistola, ma ora controllo sempre che i colleghi escano armati». Varriale, che è il testimone chiave del processo per omicidio, continua «Portare o non portare l’arma in servizio è una mia scelta. Durante il turno precedente, fatto alla stazione Termini, una zona molto pericolosa dove molti nostri colleghi sono stati feriti, abbiamo portato la pistola». Rispondendo alle domande dell’avvocato Francesco Petrelli, il Carabiniere ha affermato di non essere a conoscenza delle abitudini dei colleghi ed ha concluso «Dopo il 26 luglio sono io che faccio la “rivista” ai più giovani per accertarmi che portino la pistola». Presente anche Rosa Maria Esilio, la vedova di Cerciello Rega, ed Adam Blakeman vice console degli Stati Uniti in Italia. Nell’udienza di ieri erano in aula anche i due statunitensi Hjorth e Elder, rispettivamente di 19 e 20 anni. Da due mesi, invece, forse per le misure restrittive imposte dal Covid, non partecipano i genitori di Elder che risiedono negli Usa. Nelle precedenti sessioni, davanti ai giudici della Prima Corte d’Assise, Varriale aveva così ricostruito il drammatico episodio «Dopo esserci qualificati abbiamo riposto in tasca il tesserino. Abbiamo fatto quello che facciamo sempre. Loro non avevano nulla in mano, noi andavamo ad identificare due persone. I due ci hanno immediatamente aggredito. Io fui preso al petto da Natale e rotolammo a terra, nel contempo sentivo Cerciello che urlava con voce provata “Fermati, Carabinieri”. Tutto è durato pochi secondi: io lascio andare il mio aggressore perché preoccupato dalle urla di Mario. Alzo la testa e vedo lui che mi dice “Mi hanno accoltellato” e poi è crollato a terra. Mi sono tolto la maglietta per provare a tamponare le ferite, ma il sangue usciva a fiotti. Ho chiamato subito la centrale per chiedere un’ambulanza». Un racconto straziante. Ricordiamo che gli avvocati di Elder avevano provato a giocare la carta dell’infermità mentale. «Era capace di intendere e di volere al momento del fatto ed è per questo imputabile», è quanto scritto nella perizia psichiatrica disposta dal Tribunale di Roma nei confronti del californiano che, quindi, rigetta la richiesta di infermità. È di questi minuti il ricordo di Rosa Maria, moglie del vicebrigadiere «Era un uomo buono e giusto, che aveva dedicato la sua vita semplice al servizio del prossimo. Era entrato nell’Arma quand’era ancora un ragazzo, il 21 novembre 2008. Mio marito è nei miei pensieri, sempre, di giorno e di notte, mi accompagna nella vita quotidiana e nei miei sogni. I suoi occhi grandi azzurri li ho dovuti chiudere io per sempre, quella notte del 26 luglio 2019, e non li rivedrò mai più. Credo nei valori della Repubblica e della Giustizia, perché a questi stessi ideali Mario ha dedicato la sua vita fino a perderla: si è immolato per assicurare i criminali alla giustizia, perché questa era la sua fede. Confido nel lavoro della Magistratura, degli inquirenti e dei nostri avvocati che, con tanta professionalità, curano l’andamento di questo difficile e delicato processo», conclude la moglie di Cerciello Rega. Sara Pacitto
