Dopo ore di puro terrore per il destino dello stabilimento, il CEO frena gli allarmismi: “Nessun impianto sarà smantellato”. Ma il rinvio al piano Maserati di fine anno congela le speranze dei lavoratori e dell’indotto.
Ventiquattro ore sulle montagne russe, con il fiato sospeso e lo spettro del baratro industriale ad agitare i sonni di migliaia di famiglie del Cassinate. Si è chiusa così una delle giornate più lunghe e tese per il futuro dello stabilimento Stellantis di Piedimonte San Germano. Alla fine, nella tarda serata di ieri, è arrivata la voce del CEO globale Antonio Filosa a tentare di gettare acqua sul fuoco di una polemica che stava già divampando. «Cassino ha un futuro e non chiuderà. Non ci sarà nessuno shutdown per i siti italiani ed europei», ha assicurato il manager. Una boccata d’ossigeno, certo, ma che non basta a scacciare le nubi che si addensano sul polo automobilistico ciociaro. La tempesta era iniziata ieri mattina, con la presentazione ufficiale del nuovo piano strategico globale del gruppo, denominato FaSTLAne 2030. Mentre le slide aziendali assegnavano missioni produttive e nuovi modelli a Pomigliano d’Arco e Mirafiori, la casella di Cassino Plant rimaneva vuota per il breve termine. L’assenza di impegni precisi è stata letta come l’ennesimo segnale di un disimpegno progressivo da parte del colosso dell’automotive. Poi, in serata, il parziale dietrofront e le rassicurazioni di Filosa. Lo stabilimento ai piedi dell’Abbazia non si tocca, ma la sua reale ripartenza è legata a doppio filo a un altro appuntamento: il piano di rilancio del marchio Maserati, che verrà svelato solo a dicembre 2026. I sindacati restano in trincea. La parola d’ordine tra le tute blu e i rappresentanti della UILM e delle altre sigle è “prudenza”. Anzi, diffidenza. «Prendiamo atto delle parole di Filosa sul fatto che lo stabilimento non chiuderà, ma rimandare tutto a dicembre significa condannare il territorio a un altro anno di agonia», spiegano fonti sindacali a caldo. «Gli operai sono stanchi di vivere di ammortizzatori sociali, contratti di solidarietà e turni a singhiozzo. Abbiamo bisogno di modelli subito, abbiamo bisogno dell’ibrido per far girare le linee, non di promesse a lungo termine». Il congelamento temporaneo degli investimenti massicci sui marchi premium del gruppo, Alfa Romeo e Maserati, è il dato che fa più paura. Senza la certezza di volumi produttivi elevati per la Giulia, lo Stelvio e il Grecale, saturare la monumentale capacità produttiva di Piedimonte rimane un miraggio. L’indotto ciociaro sul filo del rasoio La preoccupazione maggiore, adesso, si sposta fuori dai cancelli della fabbrica madre. Se Stellantis ha le spalle larghe per reggere l’urto della transizione, la galassia di piccole e medie imprese della provincia di Frosinone che vive di logistica, componentistica e servizi per il sito è allo stremo. La Regione Lazio e le istituzioni locali sono chiamate a un pressing forsennato sul Ministero delle Imprese e del Made in Italy: servono ammortizzatori strutturali e garanzie per i lavoratori dell’indotto, i primi a rischiare il posto quando i cancelli di Piedimonte restano chiusi. La certezza, oggi, è una sola: la battaglia per la sopravvivenza industriale della Ciociaria non è finita ieri sera. È stata solo rimandata a dicembre. E per il nostro territorio, sette mesi possono essere un’eternità.
