Giovani e comunità: non lasciamo che a rappresentarli siano i bulli

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) L’altra sera, nel cuore del centro storico di Anagni, si è consumata una rissa tra giovani. Non è la prima, e purtroppo non sarà l’ultima se non iniziamo a riflettere seriamente su ciò che accade nelle nostre strade.

Questi episodi lasciano l’amaro in bocca. Il degrado della convivenza civile non nasce all’improvviso: dietro quei pugni e quelle grida c’è un disagio profondo, troppo a lungo ignorato. Ragazzi che cercano visibilità attraverso la violenza, che si ergono a “bulletti” nel tentativo di imporsi sugli altri, convinti che sopraffare significhi guadagnarsi rispetto. Ma sarebbe un errore gravissimo fermarsi a questa immagine. I giovani non sono solo questo. Accanto a chi sceglie la strada sbagliata, esiste una maggioranza silenziosa e virtuosa: ragazze e ragazzi che studiano, lavorano, aiutano in famiglia, fanno volontariato, coltivano passioni, praticano sport e si impegnano per crescere. Sono loro il vero volto delle nuove generazioni. Ed è ingiusto che l’opinione pubblica venga plasmata dalle azioni di pochi irresponsabili. La nostra comunità deve saper distinguere. Non per minimizzare la gravità di certi episodi, ma per evitare di condannare un’intera generazione. È necessario intervenire con fermezza contro chi commette atti di violenza, ma allo stesso tempo offrire opportunità concrete a chi vuole crescere in modo sano: spazi di incontro, attività culturali e sportive, strumenti che insegnino il valore del rispetto e della responsabilità. Un altro fenomeno inquietante è quello degli “appuntamenti per fare a botte” tra ragazzini di appena 11, 12, 13 anni. Qui, per quanto le istituzioni debbano vigilare, la responsabilità maggiore ricade sulle famiglie. Famiglie che dovrebbero fare un serio mea culpa e smettere di giustificare certi comportamenti con frasi come “che ci fa, so uttri”. È urgente coinvolgere questi giovani in attività sane e stimolanti. Ma per farlo servono strutture pubbliche accessibili, perché non tutti possono permettersi la palestra, il calcio o le attività a pagamento. Il futuro della città non si costruisce con l’indifferenza né con lo stigma, ma investendo nella parte migliore dei nostri giovani, che già oggi (spesso in silenzio) contribuisce alla società con impegno e serietà. Sta a noi adulti, come famiglie, istituzioni e comunità intera, non lasciare che a rappresentare i ragazzi siano i bulli, ma i tanti che con il loro esempio positivo sono la speranza di domani.
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