(di Cesidio Vano) Da otto anni non se ne hanno più notizie. Era il (lontano) 2015 quando ha svolto le ultime attività. Poi il silenzio. Parliamo della Consulta femminile per le pari opportunità della Regione Lazio, di fatto paralizzata dalla sua stessa mastodontica composizione: 60 membri designati su indicazioni di “101 associazioni, partiti, organizzazioni sindacali e gruppi femminili di varia finalità”. Ecco perché 12 consiglieri regionali del gruppo Fratelli d’Italia hanno deciso di firmare una proposta di legge che modifica la normativa sulla Consulta femminile, snellendola e riformandola affinché sia più operativa e attiva. Del resto, la legge regionale che istituisce la “Consulta femminile regionale per le pari opportunità” è vecchia di 47 anni: è la n. 58 del (lontanissimo) 1976.
A firmare la proposta di riforma della Consulta femminile sono stati i consiglieri Eleonora Berni, Marika Rotondi, Edy Palazzi, Micol Grasselli, Alessia Savo, Laura Corrotti, Maria Chiara Iannarelli, Daniele Sabatini, Emanuela Mari, Flavio Cera, Valentina Paterna e Pasquale Nicolai. La nuova consulta – stando alla proposta di legge depositata in Consiglio regionale – dovrebbe essere formata da solo 9 componenti, eletti dall’assemblea, garantendo la rappresentanza delle opposizioni; gli stessi sono scelti da un elenco formato da cittadini aventi i requisiti per l’elezione alla carica di consigliere regionale e aventi titoli o comprovata esperienza nelle materie di pari opportunità tra donna e uomo in ambito sociosanitario, familiare, educativo, culturale, formativo, lavorativo, economico e istituzionale nonché nell’accesso alle cariche elettive e alle funzioni direttive; almeno un terzo degli eletti, poi, dovrà essere individuato tra coloro che sono designati da associazioni di donne, associazioni impegnate nel campo della parità tra uomini e donne, organizzazioni sindacali, datoriali e professionali. Della Consulta non possono fare parte coloro che ricoprono le cariche di assessore e consigliere di regione, comuni, città metropolitana di Roma capitale, province e unioni di comuni montani. La Consulta dovrà avere durata pari a quella della legislatura regionale ed esercita le sue funzioni fino all’elezione del nuovo organismo che avviene entro centottanta giorni dalla data di insediamento del Consiglio regionale. I componenti della Consulta sono rieleggibili una sola volta e svolgeranno i loro compiti a titolo gratuito, fatta eccezione per il rimborso delle spese sostenute per gli spostamenti necessari all’esercizio della funzione del presidente secondo le modalità stabilite con deliberazione dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale. La consulta, tra le altre cose, si occuperà di valutare lo stato di attuazione delle leggi statali e regionali; esprime parere obbligatorio su proposte di legge, programmi regionali, atti amministrativi aventi rilevanza in materia di pari opportunità; propone al Consiglio regionale un programma triennale di attività; riferire sull’applicazione, da parte di soggetti pubblici e privati, delle leggi relative alla parità fra donna e uomo, in materia di lavoro femminile e di impiego della donna; operarsi per la rimozione di ogni forma di discriminazione; promuove la presenza di ambedue i generi nelle nomine di competenza regionale e nelle istituzioni; promuove dibattiti pubblici, convegni, incontri ed iniziative congiunte anche con omologhi organismi di altre Regioni; svolgere indagini conoscitive e ricerche sulla condizione femminile e su eventuali discriminazioni in ambito regionale. La proposta di riorganizzazione della Consulta femminile regionale nasce anche dalla necessità di adeguare l’organismo alle più recenti determinazioni prese a livello statale ed europeo per la promozione concerta della parità tra i generi. Al riguardo, i consiglieri firmatari della proposta annotano: “Per quanto l’impianto normativo nazionale e comunitario in materia di pari opportunità abbia avuto nel tempo significativi adeguamenti, le disparità di genere, in base all’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, risultano ancora rilevanti e i miglioramenti avvengono lentamente”. Tra il 2005 e il 2021, spiega la relazione che accompagna l’iniziativa legislativa regionale, l’indice sull’uguaglianza di genere dell’UE è aumentato di 6 punti, mentre è cresciuto solo dello 0,6 nel 2017 e di 4,2 punti nel 2010. “L’Italia, che presenta il punteggio di 63,8 su 100 – dicono i 12 firmatari -, ha ampi margini di crescita, considerato che il punteggio continentale è pari a 68 punti, data la sua 14^ posizione. Rimane tuttavia l’ultima nazione in riferimento ai “divari nel dominio del lavoro”, calcolato in termini di partecipazione (tasso di occupazione equivalente a tempo pieno e durata della vita lavorativa) e condizioni (segregazione settoriale, percezione di flessibilità oraria e prospettive lavorative); sul versante imprenditoriale, secondo i dati diffusi da Unioncamere, alla fine del giugno 2022 nel Lazio sono state registrate il 22,9% di aziende femminili che ci posizionano alle spalle di Valle d’Aosta, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna; al netto della dirompente novità avvenuta nell’ottobre 2022, che ha visto, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna diventare presidente del Consiglio dei ministri, l’Italia deve necessariamente ridurre il divario che, in materia di rappresentanza di genere nelle istituzioni, la divide dai membri UE. Limitandoci agli organi delle regioni, la presenza femminile nelle assemblee regionali si attesta in media intorno al 19,8% a fronte della media UE pari al 35,1%. Solo in Umbria la carica di presidente è ricoperta da una donna. Nel Lazio, a seguito delle recenti elezioni, il numero delle donne elette è aumentato del 16% arrivando a venti – pari al 40% del totale – a fronte dei 31 uomini. Un dato che prima delle consultazioni dello scorso febbraio figurava poco sopra la media nazionale”.
