IL DOSSIER – Per ogni lavoratore c’è un pensionato. Ma al Sud il sorpasso è già fatto. Il Lazio tiene grazie a Roma e Latina: Frosinone in bilico, Rieti e Viterbo segno meno

Cesidio Vano
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(di Cesidio Vano) In Italia per ogni persona che lavora, ce n’è una che sta in pensione. Il rapporto infatti è circa di uno a uno a livello nazionale, ma se si analizza la situazione a livello regionale si scopre che nel Mezzogiorno il sorpasso dei pensionati sugli occupati è già avvenuto.

È l’ufficio studi della Cgia a snocciolare dati e numeri: in Italia il numero dei pensionati è pari a 22.772.000 e gli occupati sono invece 23.099.000. Il saldo è positivo per un’anticchia: 327mila lavoratori in più. Nelle regioni del Sud e delle Isole, invece, le pensioni pagate ai cittadini sono 7.209.000, mentre gli occupati sono 6.115.000 (1.094.000 pensionati in più rispetto ai lavoratori). LA SITUAZIONE NEL LAZIO Il Lazio si trova tra le nove regioni italiane (le altre sono Lombardia, Veneto, Emilia -Romagna, Toscana, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta) in cui il rapporto tra pensionati e lavoratori è ancora positivo: i primi sono 2.011.000 e i secondi 2.321.000, con uno scarto positivo di 310.000 occupati. Questo permette alla nostra regione di collocarsi, rispetto alle altre, al terzo miglior posto: dopo Lombardia (+733.000) e Veneto (+342.000). LE PROVINCE DEL LAZIO Roma guida la classifica delle province del Lazio con un rapporto tra pensionati e occupati che è molto positivo: a fronte di 1.443.000 percettori di sussidio, ci sono infatti 1.769.000 di lavoratori tra Capitale e Città metropolitana con un saldo positivo, quindi, di 326.000 occupati. Segue, con segno positivo, la provincia di Latina che, però, limita la differenza tra i 205.000 pensionati e i 210.000 occupati, a un +5.000 lavoratori. E quindi la volta di Frosinone che è quasi in perfetto equilibrio tra pensionati e occupati: i primi, in Ciociaria, sono infatti 171.000 e secondi circa 172.000, con un saldo positivo di appena 1.000 lavoratori in più. Segno meno, invece, per le province di Rieti e Viterbo: nel Reatino, infatti, i pensionati (65.000) superano gli occupati (56.000) di circa 10.000 unità; nella Tuscia, invece, la differenza è anche maggiore: i pensionati sono 12.000 in più rispetto ai lavoratori (126.000 i primi, 115.000 i secondi). IN ITALIA A livello provinciale nel 2022, la realtà territoriale più virtuosa d’Italia è stata Milano (saldo dato dalla differenza tra il numero delle pensioni e gli occupati uguale a +342 mila). Seguono Roma (+326 mila), Brescia (+107 mila), Bergamo (+90 mila), Bolzano (+87 mila), Verona (+86 mila) e Firenze (+77 mila). Male, come richiamato più sopra, i risultati delle province del Mezzogiorno. Tra tutte, solo Cagliari (+10 mila) e Ragusa (+9 mila), presentano un saldo positivo. Le situazioni più squilibrate, invece, riguardano Palermo (-74 mila), Reggio Calabria (- 85 mila), Messina (-87 mila), Napoli (-92 mila) e Lecce (-97 mila). Dall’ufficio studi della Cgia provano a ipotizzare come riequilibrare il sistema, ma soluzioni miracolose non ce ne sono e, se anche fossero disponibili, i risultati non si vedrebbero prima di 20-25 anni. “Tuttavia – suggeriscono -, con sempre meno giovani e sempre più pensionati il trend può essere invertito in tempi medio-lunghi solo allargando la base occupazionale. Come? Innanzitutto portando a galla una buona parte dei lavoratori “invisibili” presenti nel Paese. Stiamo parlando di coloro che svolgono un’attività in nero che, secondo l’Istat, ammontano a circa 3 milioni di persone che ogni giorno si recano nei campi, nelle fabbriche e nelle abitazioni degli italiani a svolgere la propria attività lavorativa irregolare. E’ altresì necessario incentivare ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, visto che siamo fanalino di coda in Europa per il tasso di occupazione femminile (pari al 50 per cento circa). Inoltre, bisogna rafforzare le politiche che incentivano la crescita demografica (aiuti alle giovani mamme, alle famiglie, ai minori, etc.) e allungare la vita lavorativa delle persone (almeno delle persone che svolgono un’attività impiegatizia o intellettuale). Da ultimo è necessario innalzare il livello di istruzione della forza lavoro che in Italia è ancora tra i più bassi di tutta l’UE”.
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