“Cenere siete e cenere ritornerete”. Ma non nel Lazio. Il Pd chiede lo stop alla realizzazione di impianti per la cremazione delle salme: “Sono troppo inquinanti”.
Il consigliere regionale del Partito democratico, Salvatore La Penna, infatti, ha presentato una mozione al Consiglio regionale per impegnare la Giunta e il Governatore Francesco Rocca a sospendere, di concerto con le autorità competenti, le procedure autorizzative per la realizzazione di forni crematori nel Lazio, il tutto in attesa che venga approvato il “Piano regionale di coordinamento per la realizzazione di nuovi forni crematori”. L’iniziativa segue una recente sentenza del Consiglio di Stato, massimo organo di Giustizia amministrativa nel nostro Paese, che ha respinto il ricorso contro le prescrizioni imposte dal Sindaco di Civitavecchia alla società che già gestisce il forno crematorio realizzato in quel Comune. Il primo cittadino, quale autorità sanitaria locale, ha imposto controlli sistematici alle emissioni in atmosfera e un limite al numero di cremazioni annue che possono essere effettuate ed anche un limite alle ore d’esercizio giornaliero dell’impianto (massimo 12). In quella sentenza, il giudici scrivono che “È fatto notorio, nell’ambito della specifica professionalità, che i forni crematori con il loro funzionamento producono emissioni inquinanti, costituite in particolare da polveri, monossido di carbonio, ossidi di azoto e zolfo, composti organici volatili, composti inorganici del cloro e del fluoro e metalli pesanti, tra cui il mercurio sovente presente nelle otturazioni dentarie. Con tutto il rispetto che l’etica impone per quelle che comunque sono le spoglie mortali di un essere umano, non si può allora negare che questo tipo di emissioni sia in termini chimico fisici del tutto identico a quello prodotto appunto dagli inceneritori citati nel parere del Sindaco”. Insomma, “tornare cenere” rischia di essere letale per l’ambiente, almeno quando la ciminiera di un inceneritore. E questo perché non c’è – seppur prevista – una normativa specifica che regoli il settore e detti norme precise per la costruzione degli impianti. Infatti, il decreto interministeriale che avrebbe dovuto regolamentare l’attività di cremazione delle salme, previsto da una legge del 2001, non è stato mai emanato. Il decreto avrebbe dovuto regolamentare “le norme tecniche per la realizzazione dei crematori”. Senza questo provvedimento, gli impianti di cremazione ricadono nella disciplina generale prevista dalle norme sanitarie e ambientali e finiscono quindi per essere assimilati agli inceneritori e quindi classificati come industrie insalubri di prima classe. In Italia sono attualmente attivi 89 impianti di cremazione. Solo 3 sono nel Lazio (Civitavecchia, Roma e Viterbo), mentre la richiesta di cremazioni è in forte crescita (nel 2021, secondo i dati Sefit di Utilitalia – un morto ogni tre è stato cremato). La crescita della domanda fa sì che le aziende del settore stiano cercando di applicare l’offerta con la creazione di nuovi forni crematori, presentando progetti in diversi comuni. C’è ad esempio – ma non solo – il Comune di Fondi, che già nel 2019, ha detto sì alla realizzazione di un nuovo impianto. Ma il moltiplicarsi di iniziative in tal senso, le decisioni dei giudici in merito alla ‘pericolosità ambientale’ delle cremazione e l’approvazione di nuovi progetti preoccupa e non poco l’esponente del Pd che quindi ha chiesto di bloccare tutto – a partire dal progetto in stato avanzato del Comune di Fondi -, almeno finché non ci saranno norme più chiare: decreto interministeriale e piano regionale per i forni crematori. Cesidio Vano
