Stop della Regione a Egato, ecco perchè

Cesidio Vano
6 MIn Lettura
(di Cesidio Vano) Diciamolo subito e chiaro: la costituzione dell’Egato rifiuti in provincia di Frosinone è stata fatta di tutta fretta, con atti molto approssimativi, testi zeppi di errori e copia-incollati un po’ da qui e un po’ da lì, spesso carenti di requisiti basilari. E quindi non deve sembrare strano che la Regione ora abbia avviato la procedura per annullare in autotutela (leggi qui: https://www.tg24.info/egato-la-regione-avvia-la-procedura-per-annullare-gli-atti/) la delibera di giunta regionale con cui sono state assegnate le quote di partecipazione nell’ente ad ogni comune. Annullando quella delibera, viene di fatto meno ogni successivo atto assunto dell’Ente. E forse andrebbe fatto anche per la delibera con cui è stato approvato lo ‘statuto tipo’: tra refusi e sviste, per le votazioni sono richieste maggioranze impossibili.

Si è fatto tutto, di fretta e di furia, perché il Pd aveva un’urgenza in Ciociaria: collocare il suo consigliere regionale Mauro Buschini alla guida di quell’ente (con un’indennità di tutto rispetto: 8.000 euro al mese) in modo che non si fosse ricandidato alle regionali di febbraio. Il Pd avrebbe già dovuto affrontare una sfida a due e tutta interna (Sara Battisti e Antonio Pompeo) e le possibilità di piazzare più di un consigliere – come suggerivano i sondaggi e come poi hanno confermato le urne – erano praticamente inesistenti. Se anche Buschini avesse corso per la riconferma alla Pisana molto probabilmente avrebbe solo fatto il gioco di Pompeo, dunque andava ricollocato altrove. Quindi si è pigiato sull’acceleratore per varare l’Egato dei rifiuti, commettendo più di una svista. Inoltre, l’istituzione degli Egato era prevista in ogni provincia del Lazio: le polemiche scoppiate sull’opportunità di prendere questa decisione a ridosso del voto per le regionali e molto probabilmente a ridosso dell’arrivo di una nuova maggioranza in Regione (oltre che le polemiche per le ricche indennità di presidenti e componenti del consiglio direttivo, quest’ultimi a 4.000 euro la mese) hanno però stoppato l’operazione su Roma, Latina, Viterbo e Rieti. Ma a Frosinone, no: in Ciociaria il Pd aveva disperato bisogno di quella poltrona da presidente, per non perderne un’altra alla Pisana. Telefonate, trattative ‘notturne’, incontri con i sindaci hanno fatto il resto: trovare i voti per l’elezione di Buschini da parte dell’assemblea dei sindaci e piazzare i 4 componenti del direttivo. Con il centrodestra che ha rimediato una pessima figura, arrivando impreparato (non aveva propri candidati) e con la sola richiesta di rinviare tutto: forse non aveva capito cosa si stava giocando il Pd. A leggere, poi, la delibera di elezione di Buschini a presidente, non si capisce né chi lo abbia candidato, né perché, né in base a quali meriti e capacità (ce ne sono, certo, ma lì non c’è scritto nulla). A un certo punto i sindaci hanno votato per appello nominale e dalla bocca è uscito un solo nome “Mauro Buschini”, tanto non poteva andare diversamente. Peggio è andata, invece, per la nomina dei componenti del Consiglio direttivo: alcuni riservati alla rappresentanza di comuni con una determinata fascia di popolazione. Uno pensa: se li votano loro e senza che un comune più grande (e con maggior peso ponderale) possa influire. Invece no: Buschini propone un’unica votazione per eleggere tutti assieme i 4 che lui stesso ha candidato. E nessuno protesta. Nessun comune più piccolo, che avrebbe avuto diritto a designare un suo rappresentante, fiata: quello che deve passare è il ‘kit’ già pronto, il pacchetto di amministratori confezionato dagli accordi sottobanco tra politici e pochi ma fedeli sindaci. La delibera che la Regione vuole annullare in autotutela è la numero 1063 del 16 novembre 2022: con quell’atto la Giunta dimissionaria – Zingaretti si era dimesso perché eletto deputato – ha assegnato le quote di partecipazione ad ognuno dei 91 comuni della provincia nell’Egato. Lo ha fatto, ma non ha spiegato con quale procedimento logico e di calcolo è giunta a quelle assegnazioni. Inoltre, lo ha fatto come organo dimissionario e quindi con poteri limitati alla sola ordinaria amministrazione. Questioni che, come noto, sono oggetto del ricorso che il Comune di Fiuggi ha presentato al Tar. Un tanto atto carente che la stessa Giunta dimissionaria, provando a mettere una pezza che poi si è rilevata peggiore del buco, ha predisposto una rettifica alla delibera in questione, in modo da correggere e superare tutte le censure mosse davanti al Tribunale amministrativo. Lo ha fatto proprio gli ultimi giorni prima del voto: ma è arrivata ‘lunga’. Il 10 febbraio, ovvero il venerdì prima del voto, ha approvato le rettifiche, ma l’atto per essere valido doveva avere l’assenso della Commissione consiliare competente. Alla Commissione il benestare è stato chiesto il lunedì successivo: il 13 febbraio, quando alle 15.00 si sono aperte le urne per lo spoglio che ha visto Francesco Rocca eletto nuovo governatore del Lazio. La commissione che avrebbe dovuto dare l’okay alle correzioni non esisteva più, l’atto approvato dalla giunta nemmeno.
Condividi questo articolo
Nessun commento