Acqua. “Senza contratto, niente soldi ad Acea”: la sentenza che pesa sulla Class action

Cesidio Vano
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“Senza il contratto con Acea Ato 5 non c’è alcun rapporto con l’utente e nulla è dovuto al gestore”. Renato De Sanctis, consigliere comunale di Cassino e leader del Comitato No Acea torna sul piede di guerra, dopo che la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Cassino, con cui il Giudice della Città martire aveva annullato un decreto ingiuntivo da 70mila euro a carico del comune di San Vittore del Lazio, ottenuto dalla Banca Farmafactoring spa a cui Acea ato 5 ha ceduto il (presunto) credito vantato nei confronti dell’amministrazione comunale sanvittorese per i consumi d’acqua dal 2011 al 2016.

Una sentenza importante, proprio perché il Comitato animato da De Sanctis ha promosso una class action contro Acea Ato 5 a cui hanno finora aderito centinaia di utenti, in cui, tra le altre cose, si contestano le pretese economiche avanzate dal gestore idrico proprio per la mancanza di contratto scritto tra utente e Acea. Acea ha sempre sostenuto di essere subentrata “ex lege” – cioè in forza di legge – nei contratti in essere tra utenti e Comuni al momento del passaggio del servizio idrico integrato al gestore unico. Tesi non sempre condivisa, però, dai tribunali – come in questo caso ad esempio – e che, più volte, ha visto annullare le bollette contestate dagli utenti. De Sanctis, nel dare notizia della decisione della Corte d’appello, si stupisce anche del silenzio mantenuto finora su questo provvedimento “sottaciuto – ipotizza – per motivi di opportunismo verso la società Acea spa”. La vicenda, in soldoni – non a caso! – è questa: nel 2016, Acea Ato 5 controlla i suoi tabulati e scopre che dal 2011 il comune di San Vittore (assieme a molti altri in verità) non paga le bollette: ci sono da incassare, secondo i conti del gestore idrico, oltre 70mila euro, più interessi e spese, ma il Comune di San Vittore non riconosce quel debito e non paga. Nel 2015, Acea Ato 5 cede il credito vantato a Banca Factoring che, nel 2016, ha chiesto ed ottenuto un decreto ingiuntivo contro il Comune. L’ente municipale si è allora rivolto al Tribunale di Cassino, affidando la sua difesa all’avvocato Giancarlo Rodi. Erano gli anni della presidenza Acea affidata a Paolo Saccani: gli anni dei “Ciociari bifolchi!” e dello sfoggio di ‘muscoli’ da parte del gestore verso gli utenti (‘sport’ tra l’altro tornato sconclusionatamente di moda negli anni più recenti). Esaminato il caso, nel 2021, il Giudice della Città martire ha accolto il ricorso del Comune e annullato il decreto ingiuntivo, ritenendo non provato il contratto di somministrazione con l’ente locale, che Acea non aveva prodotto agli atti del processo. Contro questa decisione Banca Factoring ha fatto appello, contestato le conclusioni a cui era giunto il giudice di prime cure. Ma anche la Corte d’Appello di Roma ha dato ragione al Comune di San Vittore, condannando la banca al pagamento delle spese di giudizio e del contributo unificato, per svariate migliaia di euro. “Il Comitato – ha detto De Sanctis – è soddisfatto per questa sentenza favorevole all’utente (Comune di San Vittore), facciamo i nostri complimenti all’avvocato Giancarlo Rodi, ma siamo soprattutto contenti perché viene con questa sentenza ribadito un principio che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè : “se non esiste contratto non può esserci rapporto utente-gestore” è infatti il creditore che deve dimostrare l’esistenza del rapporto dal quale deriva il suo diritto e solo susseguentemente è il debitore che dovrà dimostrare di aver adempiuto alle proprie obbligazioni”. Un pronunciamento che per de Sanctis fa aumentare la fiducia nel buon esito della Class-Action contro Acea, a cui – dopo la decisione di ammissione- possono ora aderire tutti gli utenti ciociari: potrebbe essere una maxi azione di migliaia di persone contro il gestore, per tentare di ottenere il rimborso delle somme versate. Non certo una nuova stagione di pacificazione come molti si auguravano. Non va dimenticato, però, che la class action, che era stata rigettata in primo grado dal Tribunale con la condanna a ingenti spese a carico del Comitato, è stata invece ammessa dopo il ricorso in appello presentato dai legali del Comitato stesso. Questo dopo che il gestore – tornato a quello ‘sport’ di cui si è detto prima – si era rifiutato di trovare ogni intesa con i ricorrenti e aveva anzi preteso il pagamento immediato dei 60mila euro di spese decise dai magistrati. Non una mossa propriamente furba visto che in appello la prima sentenza è stata ribaltata, la class action ammessa e i giudici hanno stabilito anche che debba invece essere Acea a farsi carico delle spese di giudizio. Che dire: meglio cambiare… sport.
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