Lo uno studio è stato condotto da un team internazionale formato dall’Asst Spedali Civili di Brescia, Policlinico San Matteo di Pavia, Ospedale Bambino Gesù di Roma ed Università di Roma Tor Vergata, i risultati sono stati pubblicato sulla rivista scientifica “Science Immunology”.
La ricerca si è concentrata su un elemento del nostro sistema immunitario: gli auto-anticorpi, ovvero cellule che possono indebolire le difese immunitarie, soprattutto nei soggetti sopra i 65 anni ed in coloro che soffrono di particolari malattie. In una frazione dei casi presi in esame è emerso che, anche chi regolarmente vaccinato o con il booster, si è gravemente ammalato, rischiando il ricovero in terapia intensiva e la morte. In alcuni pazienti la ragione sembra essere un’altra: una ridotta attività dell’interferone, una proteina appartenente all’ordine delle citochine, coinvolta nel funzionamento di quello che viene definito “sistema immunitario innato”, cioè dei meccanismi di difesa che il nostro organismo utilizza prima di aver prodotto anticorpi contro uno specifico patogeno, per contrastare l’invasione da parte dei virus. Come spiegano gli autori dello studio, solitamente nella prima fase delle forme gravi di Covid, il virus riesce a replicarsi facilmente nelle vie aeree ed a raggiungere velocemente polmoni e gli altri organi del nostro organismo: a quel punto, per combattere l’infezione, si scatena una risposta infiammatoria che può diventare eccessiva e provocare l’insorgere di polmoniti gravi ed altre disfunzioni. In tutti i pazienti, i ricercatori hanno esaminato la presenza di auto-anticorpi indirizzati contro l’interferone, così come la presenza di livelli corretti, ritenuti di norma protettivi, di anticorpi anti Sars-Cov-2, prodotti in seguito alla vaccinazione. Dei 48 pazienti studiati, ben 42 ha dimostrato di aver sviluppato la giusta risposta anticorpale al vaccino e di essere quindi in possesso delle armi normalmente sufficienti per difendersi dal virus. 10 di loro, il 20% del totale, presentava tuttavia anche auto-anticorpi che neutralizzavano l’azione dell’interferone. Almeno per questi pazienti, il mancato apporto dell’interferone ha probabilmente reso insufficiente la presenza degli anticorpi, spianando la strada ad un’infezione in forma grave. Così il genetista Giuseppe Novelli dell’Università di Roma Tor Vergata, tra gli autori dello studio, «Questa è la prima volta che si spiega perché alcuni vaccinati finiscano in terapia intensiva. Il risultato ottenuto conferma ed estende i nostri precedenti studi, che avevano evidenziato la presenza di auto-anticorpi in grado di neutralizzare alte concentrazioni di interferone di tipo I in almeno il 10% delle persone non vaccinate con polmonite critica da Covid-19». In conclusione, la responsabilità sarebbe di questi “anticorpi impazziti”, auto-anticorpi, già presenti prima dell’infezione e della vaccinazione, che vanno ad indebolire la risposta immunitaria innata contro il virus. Il prof. Novelli aggiunge «La presenza di auto-anticorpi anti-Ifn è quindi alla base di un difetto di risposta nell’immunità intrinseca che ha di fatto superato la normale immunità adattativa indotta dalla vaccinazione. Questi dati, uniti a quelli delle ricerche precedenti, suggeriscono dunque la necessità di studiare la presenza di auto-anticorpi anti-Ifn per individuare i soggetti ad alto rischio di malattia grave da Covid». Sara Pacitto
