Nella giornata di sabato si è svolta la prova finale, da remoto, che consentirà alla Commissione giudicatrice del Certamen Ciceronianum Arpinas di selezionare una rosa di almeno 50 giovani latinisti europei i quali, i prossimi 5, 6, 7 ed 8 maggio, saranno protagonisti presso la città di Arpino della consueta formula dell’evento culturale, che manca ormai dal maggio del 2019 a causa del Covid.
Soddisfazione del Presidente delegato del Centro Studi Umanistici “Marco Tullio Cicerone”, Niccolò Casinelli, che ha seguito personalmente tutti gli appuntamenti di questa prima fase della manifestazione nel prestigioso Corso di Alta Formazione, diviso in tre moduli: Contestualizzare, Commentare, Tradurre Cicerone. Casinelli ha voluto fare delle considerazioni, contestualizzando alcuni passi di Cicerone ai nostri tempi ed alla storia che si sta scrivendo in questi ultimi giorni «Si è conclusa la prima fase della quarantunesima edizione del Certamen Ciceronianum. La risposta del mondo della classicità alla chiamata ciceroniana in un momento di cosi profondo sconvolgimento dei valori che fondano la ciceroniana salus populi, è stata esemplare e tra qualche giorno la Commissione Giudicatrice ci dirà chi di questi 135 giovani latinisti potrà onorare la Città di Arpino della sua presenza nella (finalmente) consueta cornice di un maggio che restituirà al Certamen e alla comunità arpinate il sapore della normalità. Ci eravamo lasciati (almeno nel format tradizionale) nel 2019; in quell’occasione la Commissione assegnò ai partecipanti un brano tratto dalla Filippica n. 14; 11-13. L’edizione 2019 è quella in corso sono avvinte dalla grande voglia di socialità che si respira tra i partecipanti. Ma a saldare l’edizione 2019 a quella in corso che concorrono anche, per un verso, la Storia, il suo ripetersi tanto affascinante quanto drammatico; per altro verso, la penna del nostro più illustre concittadino, che appena 2000 anni fa scriveva, per l’appunto, la Filippica n. 14; 11-13: “(…) che pace è mai questa, nella quale a colui con cui fai la pace, non si può concedere nulla? In tutti i modi Antonio fu da noi invitato alla pace; egli però ha sempre preferito la guerra. Gli si mandarono legati, con la mia opposizione; ma comunque si mandarono. Gli furono trasmessi i nostri ordini; egli non volle ubbidire. Gli si intimò che non dovesse assediare Bruto e che si allontanasse da Modena; ed egli la strinse d’assedio perfino con maggior furore. E manderemo noi legati per la pace a colui che ha respinto i mediatori di pace? Si crederà che, davanti a noi, egli possa essere più moderato nel chiedere di quello che sia stato allorquando egli mandò le sue pretese al senato? Ma allora chiedeva cose che sembravano del tutto indegne, ma tuttavia tali da potersi comunque in qualche modo concedere; egli non era ancora stato fatto oggetto da tanti vostri giudizi severissimi, da tanti infamanti misure. Ora chiede cose tali che in nessun modo noi possiamo concedere, senza prima confessarci vinti nella guerra. Noi abbiamo giudicato falsi i senatoconsulti da lui pubblicati. Possiamo ora giudicarli veri? Noi decidemmo essere state le sue leggi fatte con la violenza e contro gli auspici, e che a queste non era tenuto il popolo né la plebe. Pensate voi che si possano richiamare in vigore? Voi giudicaste che Antonio si era appropriato della somma di settecento milioni di sesterni stornati dal tesoro pubblico. Ora potrà forse essere dichiarato esente da delitto di peculato? Da lui furono vendute le immunità ai comuni, i sacerdozi, i regni. Si esporranno di nuovo quei decreti che voi, con i vostri senatoconsulti avete schiantato? E se quello che abbiamo decretato si può abolire, possiamo noi forse abolire anche la memoria dei fatti? Quando mai potranno i posteri dimenticare per chi e per che scellerato motivo noi fummo obbligati ad indossare questo funesto abito di guerra Quand’anche si lavasse il sangue sparso a Brindisi dei centurioni della legione Marzia, potrà forse lavarsi la fama di quella crudeltà? E tralasciando le cose avvenute in seguito, la mano del tempo cancellerà mai i sinistri monumenti delle opere d’assedio fatte intorno a Modena, segnali di scelleratezza e vestigia del suo brigantaggio? A questo parricida impuro e sfrenato, che concessione possiamo noi, per gli dei immortali! che concessione possiamo noi fare? La Gallia Ulteriore ed un esercito? E non sarebbe questo un prolungare la guerra, anziché far la pace? Né solamente prolungare la guerra, ma dargli anche la vittoria? Non sarebbe per lui una vittoria potere, a qualunque condizione, entrare in Roma con i suoi? Con le armi noi ora tutto occupiamo; con l’autorità esercitiamo un grande potere; sono lontani tanti malvagi cittadini, al seguito del loro scellerato duce: nondimeno per noi sono un supplizio l’aspetto ed i discorsi di quelli di loro che restano ancora a Roma. Che cosa succederà, ditemi, quando sopraggiungessero tutti in una volta? Quando noi avessimo deposto le armi, ed essi le ritenessero? Non saremmo noi vinti per sempre dalle nostre stesse risoluzioni?” Proviamo a sostituire i nomi, i luoghi, gli atti e le istituzioni richiamate nel Filippica n. 14; 11-13, con i nomi, i luoghi, gli atti e le istituzioni cui l’attuale cronaca fa costante riferimento…e chiediamoci ancora una volta come sia possibile continuare a chiedersi (qualcuno effettivamente ancora se lo chiede) per quale motivo la Città di Arpino insista con tanta tenacia nella valorizzazione di Marco Tullio Cicerone e dei valori che sono il portato del suo passaggio nella Storia». Sara Pacitto
