Antonio Caponi: Escuseme.
Peppino Caponi: Ahi!
Antonio Caponi: E scansati… scusi lei è di qua?
Vigile: Dica!
[…]
Antonio Caponi: noio volevan, volevon, savuar, noio volevan savuar l’indiriss, ia?
Vigile: Eh ma, bisogna che parliate l’italiano perché io non vi capisco.
Antonio Caponi: Ah, parla italiano.
Peppino Caponi: Complimenti!
Antonio Caponi: Complimenti, eh bravo!
Vigile: Ma scusate, ma dove vi credevate di essere, siamo a Milano qua.
Antonio Caponi: Appunto lo so, noi vogliamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione.
Vigile: Sentite…
Antonio Peppino [in coro]: Signorsì?
Vigile: Se volete andare al manicomio.
Antonio Peppino [in coro]: Sìssignore?
Vigile: Vi accompagno io, ma varda un po’ che roba, ma da dove venite voi? Dalla Val Brembana?
Antonio Caponi: Non ha capito una parola!
A guardare i cartelli stradali di Sora torna alla mente il film del 1956 con Totò e Peppino De Filippo, “Totò, Peppino e la… malafemmina“. Entrata nella cultura popolare, la famosa battuta (“noi vogliamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione”) strappa un sorriso che a volte cela, maldestramente, rassegnazione. Provate, salite in macchina e seguite i cartelli come foste dei forestieri. Pensate che sarebbe facile raggiungere la vostra meta? “Per fortuna c’è googlemap” direbbe qualcuno, ma allora a quel punto un altro risponderebbe: “a che servono allora le indicazioni stradali? Togliamole!”. Sketch improponibile. Sì, perchè in realtà il problema (comunicativo) è serio. E poi ancora: decoro, decoro, decoro, dove sei finito? Piegato, caduto, ammaccato, sbiadito e ancora abbandonato. Insomma, così proprio non va. Perchè restano così? Impossibile saperlo. Nel frattempo va ricordato che quelli sono segni convenzionali che dovrebbero, banalmente, indicare. Cosa? Al momento, visto lo stato in cui versano, indicano soltanto disinteresse. A molti invece, interessa e il dilemma resta in piedi: per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Irene Mizzoni





