(di Anna Ammanniti) Il 27 gennaio, come ogni anno, viene commemorata la Shoah e lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei. La Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto, uno dei più grandi genocidi della storia.

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa apriva i cancelli del campo simbolo della Shoah e della barbarie nazista. È stata scelta questa data per ricordare l’Olocausto (dal greco holòkaustos “bruciato interamente”) e ciò che ha permesso lo sterminio di milioni di persone, tutto
avvolto nel silenzio. Quel silenzio che ha reso possibile un delitto contro l’umanità e la necessità di ricordare che non si deve dimenticare, perché purtroppo l’uomo ha la memoria corta, ricordare affinchè i crimini contro l’umanità non si ripetano … L’orrore nazifascista va ricordato, è stato il peggior virus della storia dell’umanità. E a proposito di virus, in questo ultimo anno con la pandemia in corso abbiamo dovuto assistere a paragoni aberranti con la deportazione degli ebrei. Paragoni tirati fuori da chi interpreta un’emergenza sanitaria come una privazione dei diritti fondamentali, anziché come un mezzo per preservare la salute propria e quella di tutta la comunità. Abbiamo assistito a
scene raccapriccianti, manifestanti in piazza vestiti come deportati, chi ha tirato fuori le stelle di David e Norimberga, fino ad arrivare a pochi giorni fa, quando un dodicenne è stato vittima di violenza perché … ebreo. Evidentemente si tratta di persone che non hanno mai letto un libro di storia e chissà se questa di oggi, questa Giornata della Memoria. possa essere per loro un’occasione per documentarsi ed apprendere cosa sia stato l’Olocausto e capire che paragonarlo alla situazione che stiamo vivendo oggi è completamente assurdo. Leggere e conoscere, apprendere dai libri scritti da chi ha vissuto uno dei più grandi genocidi della storia dell’uomo, può fare aprire le menti più chiuse.

La senatrice a vita
Liliana Segre è una sopravvissuta allo sterminio. Deportata dal binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau il 30 gennaio 1944. Queste le parole tratte dal suo libro Fino a quando la mia stella brillerà. “
Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine.
Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.” “Ogni anno ci ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dei soldati sovietici il 27 gennaio 1945. Per questo è così importante la conoscenza storica e la conservazione della memoria, ricordate le parole di Primo Levi: ‘Meditate che questo è stato’. Era un monito: se è stato può ancora essere, può ancora tornare. Mai abbassare la guardia, mai girare la testa dall’altra parte. Mai indifferenza.” Liliana Segre

Inizia così il libro
La Tregua di Primo Levi, scrittore superstite dell’Olocausto italiano. “
Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di «recuperare», a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi.”

E come non citare il
Diario di Anna Frank: “
Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.”
Salvatore Quasimodo scrisse: “
Da quell’inferno aperto da una scritta bianca: ‘Il lavoro vi renderà liberi’ uscì continuo il fumo”. In quel fumo era stata trasformata l’esistenza di una moltitudine di donne, uomini, bambini. Mai più. Tutto questo mai più. Per far sì che questa barbaria non si ripeta occorre conoscere, capire e sentire; studiare e vedere i luoghi della memoria. Storia e memoria sono risorse fondamentali per l’umanità, permettono di utilizzare il passato per capire il presente. La memoria è l’esperienza del vissuto, porta il passato nel presente, impedisce l’oblio.”

Il generale
Dwight D. Eisenhower quando arrivò con i propri uomini presso i campi di concentramento, ordinò che fosse scattato il maggior numero di fotografie alle fosse comuni dove giacevano ossa, abiti, corpi scomposti scheletrici. Fotografie per ogni gelida baracca che fungeva da dormitorio, fotografie al filo spinato, ai forni crematori, alle divise, ai cappellini, alle torri di controllo, alle armi, agli strumenti di tortura. Eisenhower pretese che fossero condotti presso i campi di concentramento tutti gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che, suddetti civili, fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti. E poi spiegò:
“Che si abbia il massimo della documentazione possibile, che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze, perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.
“Un soldato tedesco urla al prigioniero: lancialo in aria! Il prigioniero fa finta di non aver sentito e si affretta a sistemare il bambino sul carro, assieme a tutti gli altri. Allora il soldato si avvicina, gli punta la pistola sotto al mento e ripete: “Ti ho detto di lanciarlo in aria, non hai capito? Se non lo fai tu, lo farà il prossimo”. Così il prigioniero è costretto a lanciare per aria il bambino.
In questo modo i soldati tedeschi passavano il tempo ad Auschwitz: facendo il tiro a segno sui bambini ebrei, mentre i prigionieri pregavano che li uccidessero al primo colpo, per evitare inutili sofferenze. Questa testimonianza di
Alberto Sed, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, fa male a chiunque essere umano … umano.
Il Giorno della Memoria è un momento per riflettere su ciò che è stato l’abisso dell’umanità, su come ci si è arrivati. L’unica speranza che abbiamo, per il nostro futuro, è mantenere intatta la memoria del passato.
“Siate farfalle che volano sopra il filo spinato” – Liliana Segre.
Anna Ammanniti