L’INTERVISTA – Il sociologo Marino D’Amore spiega gli effetti dopo un anno di pandemia

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) È passato un anno da quando il Coronavirus ha fatto il suo ingresso nella vita di tutti. All’ospedale di Codogno, un piccolo paese in provincia di Lodi, la sera del 20 febbraio 2020 si presentò Mattia, un uomo di 38 anni, con una polmonite grave.

Il 21 febbraio 2020, Mattia fu annunciato come l paziente n.1 in Italia per contagio da Sars-CoV2. Uscì dall’ospedale il 25 marzo dopo tre settimane di terapia e quattro di ricovero. Da quel momento, in Italia sono esplosi i primi focolai che poi hanno portato alla situazione di emergenza ancora in atto. Il sociologo della comunicazione, criminologo e giornalista Marino D’Amore docente all’Università Niccolò Cusano, spiega gli effetti sulla società dopo un anno di pandemia. Un anno di pandemia da Covid: le persone hanno trasformato le proprie abitudini, stravolgendo stili di vita. C’è stanchezza psichica. Sul piano sociale come può ripercuotersi questa stanchezza? Il rischio principale è un forte ridimensionamento della sfera sociale intesa come solidarietà relazionale: possono emergere forme più o meno forti di individualismo che intaccano il senso di condivisione e collaborazione tipico delle comunità. Ci sono troppi elementi contrastanti in gioco: le necessità e le restrizioni medico-sanitarie che confliggono con la ripresa economica, la chiusura forzata di alcune attività rispetto ad altre, il pericolo delle varianti del virus, la poca responsabilità individuale che genera gli assembramenti, tutte circostanze che intaccano l’unità di un gruppo e aumentano le possibilità della sua frammentazione. Il Covid ha rubato i sogni ai giovani, in ogni campo, soprattutto in quello sportivo. Chi aveva sogni da realizzare li ha visti frantumarsi inevitabilmente. Ai giovani secondo lei è stata dedicata poca attenzione in questo periodo di Covid, cosa possiamo dire e fare per loro per non farli scoraggiare e deprimere? In questo senso l’educazione alla responsabilità. In questo periodo i sacrifici e le rinunce sono fortemente presenti nella nostra quotidianità ma sono distribuite in senso trasversale: ognuno di noi, e quindi anche i giovani, sta rinunciando a qualcosa ma vivere e raccontare questa condizione come un’ingiusta privazione edulcora la realtà e allontana la meta. Per quanto sia difficile occorre ragionare in un’ottica futuribile il cui l’obiettivo è rappresentato dalla riappropriazione della normalità che oggi appare straordinaria e drammaticamente lontana. L’incertezza sul futuro, l’isolamento sociale, la paura di ammalarsi, l’immobilismo dell’economia, sono tutte cause che comportano un peso eccessivo alla mente. Cosa bisogna fare? Purtroppo non esiste una ricetta davvero efficace. L’incertezza del futuro purtroppo è un connotato che caratterizza la società da più di un decennio a causa della crisi economica che, nel tempo, ha neutralizzato qualsiasi pianificazione. Le generazioni che stanno vivendo questa condizione ormai sono preparate a un presente fluido e caratterizzato dal cambiamento costante, questo ovviamente non le rende immuni dalle frustrazioni e dalla mancanza di punti di riferimento che negano, di fatto, un normale percorso esistenziale. Ripeto l’unica azione possibile e agire come comunità, in uno sforzo unanime e sinergico, finalizzato al raggiungimento del risultato sopracitato. Un carico troppo elevato fatto di ansie, paure e criticità all’inizio spaventa ma poi si assesta durante il suo percorso. In questo senso l’uomo ha sempre dimostrato di essere un animale che sa adattarsi alle situazioni e, soprattutto, sa modificarle nel tempo per la propria sopravvivenza fisica e psichica. L’altra faccia della medaglia di questo virus è rappresentata dai negazionisti. Cosa secondo lei spinge questi individui a respingere l’esistenza del Covid? Credo tre elementi principali: in primo luogo una profonda regressione culturale che genera arroganza e presunzione di conoscenza riguardo argomenti che richiedono anni di studio solo per poter esprimere un punto di vista. Quindi la paura di ciò che non si conosce, un timore nascosto che attiva misure di autotutela e genera negazione, ossia conduce alla soluzione più semplice: se non posso vederlo non esiste. Infine, una crescente voglia di quel protagonismo complottista che nell’era digitale regala a tutti, proprio a tutti, un palcoscenico e un pubblico da fidelizzare, davanti al quale esibirsi come nuovi guru detentori dell’unica verità possibile. Un processo che asseconda tendenze profondamente umane come il narcisismo e l’esercizio di forme di potere, come la persuasione, più o meno evidenti. Internet in questo ha un duplice ruolo: da un lato diventa il serbatoio di una cultura autodidatta sull’argomento in cui la cosiddetta controinformazione palesa sempre un grande fascino sui pubblici, qualunque messaggio essa veicoli, purché si allontani dall’ufficialità delle versioni istituzionali; dall’altro rappresenta il pulpito mediatico da cui questo tipo d’informazioni si diffondono in modo invasivo e globale. La grande visibilità che ne deriva, dovuta alle caratteristiche della Rete, le fa apparire vere: se un gran numero di persone la pensa così allora quella deve essere la verità. La responsabilità nelle masse, per definizione, ha sempre abdicato in favore della reazione impulsiva e irrazionale, che diventa accettabile socialmente solo perché condivisa. La storia, in questo senso, è piena di esempi purtroppo. Anna Ammanniti
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