Don Stefano di Mario è uno dei tanti ‘pastori’ che nell’emergenza ha imparato a reinventarsi. Un parroco social per esigenze ma anche per missione: se i tempi impongono la chiusura delle chiese, lui porta la Chiesa nelle case di anziani, bambini e bisognosi. La comunità si fortifica e si riscopre figlia di uno stesso Dio.
Il Papa ha dato l’ok per la messa in streaming, mettendo però in guardia dal rischio di una fede ‘viralizzata’. Tenendo conto di ciò, quanto bisogno c’è di tornare alla normalità? <L’utilizzo di modalità smart di comunicazione permette una maggiore vicinanza tra le persone in situazioni straordinarie come quella che stiamo vivendo. Certo non può essere la normalità. In contesti di vita ordinaria rischia di agevolare il distanziamento sociale, la superficialità e l’incentivazione di comportamenti diversi da quelli adottati da Cristo che al contrario, utilizzava il contatto fisico come primo metodo di comunicazione. É chiaro che l’improvvisa necessità di adattarsi all’emergenza ha anche spinto la Chiesa ad adeguarsi in maniera molto veloce. Io ne sono un esempio. Non sono ‘social’, né prete 2.0, ma l’impegno che si sta cercando di mettere, e che più volte il Papa ha definito ‘creatività dei sacerdoti’, dimostra la volontà di una Chiesa che è madre e che vuole farsi vicina ai suoi figli. Nella possibilità di iniziare a riprendere, seppur limitata, una parvenza di vita normale, è auspicabile un uso di social certamente non per la vita sacramentale. Per i sacramenti è necessario esserci. La Chiesa vive di contatti e di sguardi, così come le persone hanno bisogno di contatti e di sguardi, e spesso la comunicazione diviene insufficiente ed inadeguata se avviene attraverso uno schermo> La parrocchia del Giglio Sant’Angelo come sta reagendo? Quali iniziative avete messo in campo per aiutare anziani, poveri ma anche bambini? <Certamente l’impegno nel tessuto sociale è stato sempre un elemento distintivo della nostra comunità. La presenza di un centro di ascolto, di una stanza della carità, di volontari che si impegnassero per avvicinare le situazioni più critiche, ha fatto crescere poco alla volta una mentalità di sostegno ai più bisogni. La nascita della ‘Casa della Fraternità’, centro pastorale parrocchiale e alloggio per anziani, è la dimostrazione dell’attenzione che abbiamo nei loro confronti. Addolora vedere ogni giorno ciò che sta accadendo in tante RSA e case di riposo. Nel nostro piccolo, ci siamo preoccupati di tutelare la loro salute, con particolare attenzione a coloro che vivono soli. Abbiamo attivato ancor prima del decreto del Governo, un servizio di assistenza domiciliare sia per la distribuzione di generi alimentari che di medicinali. Sono aumentate le telefonate per evitare solitudine e senso di abbandono. Ci stiamo mettendo anche al servizio dei bambini che frequentavano il doposcuola e delle loro famigliei. Nei supermercati abbiamo attivato il ‘carrello solidale’ e iniziativa fruttuosa oltre che singolare è stata quella di esserci messi a disposizione per fornire assistenza nella compilazione della modulistica da presentare poi al servizio sociale comunale, per il sostegno all’emergenza Covid. La nostra sacrestia si è trasformata in uno sportello socioassistenziale. Tutti gli interventi di tipo materiale attingono la loro forza dalla preghiera. Resta indispensabile l’incontro con il Signore. Sono tante le iniziative che catechisti e animatori del gruppo giovani hanno cercato di mettere in atto. In questo posso riconoscere la positività dell’uso dei social. Lo stesso strumento si è rilevato utile anche per esprimere la vicinanza alle famiglie che in questo difficile momento fanno i conti con la predita dei propri cari. Ai social più moderni affianchiamo forse il segno distintivo delle nostre chiese e che ha attraversato i secoli: il suono delle campane. Pur lontani, l’aver indicato orari e suoni nella comunità, ci tiene uniti nei cuori e nei sentimenti>. C’è ancora un frammento di ‘comunità’ ed umanità in mezzo a questa tragedia sociale? <Il Covid-19 ha reso evidente il fatto che l’uomo sia incapace di elevarsi allo stato di Dio. Le aspirazioni umane si sono dovute ridimensionare, l’uomo é stato messo all’angolo da un nemico invisibile. Non si tratta di un castigo, ma da questo bisogna comprendere quanto sia necessario un nuovo umanesimo, un nuovo pensiero riguardante l’uomo capace di mettere al centro non più l’IO, arrivato ad esasperare se stessi, quanto riconoscere la positività in quello che abbiamo messo a tacere: l’altro, l’amore, la natura, la condivisione. Verità tutte che appartengono a Dio. In una società caratterizzata da una concezione di “superuomo” resta necessario riscoprirsi piccoli, vulnerabili e bisognosi l’uno dell’altro per raggiungere un equilibrio sano, una dimensione matura, una consapevolezza autentica di sé e degli altri>. C’è speranza per una società migliore? <Finché c’è qualcuno disponibile a mettersi in gioco, finché c’é una Chiesa disposta a farsi vicina e ad accettare le sfide del mondo, ci sarà allora sempre la speranza di una società migliore, di un uomo migliore e, quindi, di un’umanità migliore. Questo lo dico ringraziando tutti coloro che in questo memento e con questi disagi, non hanno smesso di impegnarsi e di essere ‘lievito’ per la massa. Stanno mettendo in gioco se stessi e credono fermamente che con il Signore tutto è possibile>.
