(di Alessandro Andrelli) “Sono una mamma di una bimba di 19 mesi e moglie di un operaio metalmeccanico di una nota fabbrica di Frosinone. In questi giorni non si fa altro che dire di rimanere in casa, ecco, io come molte donne mamme e mogli come me, mi domando a cosa serve avere fabbriche aperte con 200-400 e più operai a lavoro che non siano ovviamente di prima necessità come farmaceutiche e alimentari?”.
La testimonianza, dura ma altrettanto drammatica e reale è di una donna, che proprio nel giorno della Festa del Papà evidenzia come, in questa enorme emergenza, purtroppo ci sia tanta paura nei confronti di questo maledetto “Coronavirus”, e di come, purtroppo il mondo del lavoro, non possa a volte tenere in conto di priorità come la salvaguardia dei propri dipendenti, la sicurezza delle proprie famiglie. “Ha senso avere tutte queste persone a stretto contatto, parliamoci chiaro un metro di distanza non è poi così sufficiente, ci sono guanti e mascherine ma 8 ore tutti insieme sono troppe, troppi spazi comuni, chi ci assicura che un nostro/loro collega osservi tutti i protocolli anche fuori l’orario di lavoro? Noi abbiamo paura di contagi “inutili” ,ogni singolo operaio ha famiglia e la cosa potrebbe sfuggire di mano e per cosa? Solo per non perdere il “maledetto denaro” dei proprietari, la salute viene prima di tutto. Chiedo a chiunque con un po’ più di coscienza di aiutarci a farci vivere questo momento buio della nostra vita più tranquilli e sicuri. Da noi il picco ancora deve arrivare, i positivi aumentano di giorno in giorno, non avremmo posti in ospedale, i medici rischiano di infettarsi e se le fabbriche non di prima necessità chiuderanno allora si che ci saranno meno contagi e finalmente potremmo dire IO RESTO A CASA. Aiutateci…ascoltateci! Grazie e Buona Festa del Papà a tutti gli uomini che lavorano, specie in queste settimane di emergenza”. La lettera inviata a Tg24 è firmata, ma per rispetto dalla famiglia della signora, ed evitando ripercussioni lavorative al marito, abbiamo preferito evitare di scrivere il nome. Nulla toglie alla drammaticità di queste parole, e alla realtà di quello che si sta vivendo, con tanta ansia e paura! Alessandro Andrelli
