Qualcuno, tra i meno giovani, ricorderà Giovanni Santoro, anagnino, scomparso nella primavera del 1966. Emblema di vita.
Giovanni era stato colpito, alla nascita, da una deformazione degli arti inferiori e superiori. In parole povere, aveva le mani ed i piedi “a rovescio”. Non poteva camminare, ed alcuni volenterosi lo portavano ogni tanto a spalla. Grintoso e intelligente, aveva studiato musica, che a sua volta insegnava a qualche giovanissimo, rifiutando compensi in denaro. Viveva nel piano seminterrato dell’ospedale di Anagni, i cosiddetti “boni vecchi”, la finestra della camera che dava sul giardino. Ogni mercoledì pomeriggio, Franco ed Ettore si recavano a trovarlo, portandogli un sacchetto di frutta e semi di girasole per i suoi canarini. Semi di girasole che, per facilitarne il consumo, rompeva con un martello, maneggiandolo come è difficile immaginare. Insegnava musica ai suoi giovani ospiti, segnando le note sul pentagramma di pugno, con la penna ad inchiostro afferrata in un modo che provocava intensa commozione. Allo scoccare delle 17, udendo il suono della sirena, immancabilmente esclamava “quinque!”. Se avvertiva tensione tra gli inservienti, li esortava alla pace “state zitti se potete; se non potete, continuate”. Jackal
