(di Anna Ammanniti) Settima ed ultima puntata dell’inchiesta “Volevo i miei scarpini sporchi”. In queste settimane attraverso le interviste agli addetti ai lavori, abbiamo cercato di capire perché nonostante ci siano migliaia di scuole calcio sparse in tutta Italia, si fa fatica a trovare atleti di talento.
È così evidente che c’è qualcosa che non va e che deve essere avviata una “riforma” a livello di società, con l’aiuto della Federazione Italiana Giuoco Calcio e il supporto dei genitori. Le società di calcio sono diventate ormai un vero e proprio business, una macchina da soldi, dove non si bada più alla qualità dell’ambiente e a ciò che si è in grado di offrire al piccolo atleta. Quel che conta sono il numero delle iscrizioni e i risultati: VINCERE ad ogni costo! Non si guarda più in faccia a nessuno. Si è completamene perso la bussola e di vista il significato di ciò che rappresenta il calcio: è un gioco. E come tutti i giochi, anche il calcio deve divertire e se i piccoli calciatori non si divertono più, bisogna fermare le bocce e capire dove sta il problema, se si ha intenzione di cambiare rotta e tornare con orgoglio a ciò che è stato il calcio nel passato. Difficile pensare che le società abbiano intenzione di mettere da parte il sostanziale lucro e tornare a pensare al bene dei ragazzi, ma fortunatamente non tutte le società hanno come scopo il guadagno esagerato! La FIGC da parte sua dovrebbe metterci più controlli, dovrebbe garantire il rispetto delle regole: tutte! In queste settimane confrontando il parere di più addetti ai lavori è saltato fuori che nel calcio di gioco sano ne è rimasto ben poco. Abbiamo ripetuto più volte che c’è un giro di affari di tantissimi euro, troppi soldi, troppi interessi. Si cura poco la qualità del singolo, modificando spesso anche le attitudini e soffocando addirittura l’estro del calciatore.
Questo per esempio non succedeva quando i bambini erano liberi di correre dietro a un pallone nei cortili, nei vicoli e nei prati. Lì sono infatti nati i veri campioni, quelli che facevano la differenza. All’aperto giocava chi aveva le reali qualità, non il raccomandato, inutile girarci intorno. Fino a dieci anni fa si giocava a scuola, nei campetti di periferia, più delle volte i bambini toccavano il pallone solo in quei momenti. Adesso spesso non è passione o divertimento, ma un compito. Ormai il calcio è la droga dei popoli e pur di allenare si accettano mille compromessi e tra questi far giocare chi magari sotto casa non sarebbe stato mai chiamato a fare una partita di pallone. Perché i bambini si selezionano da soli, senza compromessi, con estrema spontaneità. Ci sono oggi genitori che “spendono” ad oltranza per i propri figli per coronare i propri sogni, già i propri e non quelli dei figli! Magari il bambino che va a scuola calcio lo fa molte volte per fare attività secondo diktat genitoriali e non perché nutre una vera passione. Abbiamo capito in queste settimane che le società devono investire negli allenatori qualificati, sì investire, spendendo di più, ma dando alle famiglie la sicurezza di lasciare i propri figli in mani sicure. Mettere bambini in mano a persone che non hanno studiato porta a un abbassamento del livello qualitativo del servizio offerto. E’ necessario tenere lontano in età adolescenziale i procuratori, i ragazzi devono divertirsi senza pressioni, devono essere lasciati liberi e se sono bravi … emergeranno. Un appello alle società è quello di cambiare rotta, di fidarsi dei ragazzi, un esempio? Nicolò Zaniolo, ha trovato un allenatore che ha avuto il coraggio di buttarlo dentro all’esordio nel tempio del calcio: il Bernabeu! Non tutti hanno il coraggio di “osare”. Puntare sulla qualità dei ragazzi e lasciar stare le raccomandazioni, far giocare il figlio dell’accompagnatore, piuttosto che il parente dello sponsor e quant’altro, a lungo andare penalizza. La FIGC dovrebbe spingere per far tornare il calcio di strada di una volta e “pretendere” tecnici qualificati. Invece un consiglio ai genitori è quello di lasciar libero il proprio figlio di DIVERTIRSI. Forse bisognerebbe prendere spunto dalle opinioni degli addetti ai lavori per risollevare le sorti di questo nostro calcio malato.
Anna Ammanniti
