(di Ester Evangelisti) L’allarme ha raggiunto tutti. Lanciato dal segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale, Silvestro Scotti, ci è caduto addosso come un fulmine a ciel sereno: tra pochissimi anni circa 14 milioni di italiani saranno privi del medico di base.
I dati parlano chiaro: si “perderanno” più di 45.000 medici in 5 anni. Dati che peggioreranno nel tempo: nei prossimi 10 anni andranno in pensione un totale di 80.676 medici!
Oggi, in questa società moderna, sempre al passo con i tempi, anche il medico conosce nuove mansioni.
Il medico oggi non è più solo la figura rassicurante che consiglia e prescrive medicinali, ma diventa un confidente per le persone anziane, che se ne stanno in quelle sale d’attesa con gli occhi pieni di ricordi e il cuore in cerca di risposte a tutti i nuovi dolori, diventa un amico per i più giovani, per chi ha bisogno di confidare le proprie preoccupazioni, i propri dubbi.
Oggi però, in questa società moderna e al passo con i tempi, questa figura così importante rischia di non esserci più.
Perché? La maggior parte dei medici oggi, domani andrà in pensione e non ce ne sono altri pronti a prendere il loro posto.
Questo interessa soprattutto i medici più giovani: appena laureati, infatti, decidono di fare le valige ed andare a cercare lavoro altrove, forse perché il futuro che gli si presenta davanti in questo paese, non è dei più rosei, non li soddisfa.
E allora mi pongo una domanda: ma i medici non dovrebbero pensare al futuro della loro gente, delle persone del loro paese?
La situazione in ambito sanitario nel nostro paese non è delle più funzionali, ma qui ci sono tantissime persone che hanno bisogno di cure, di sostegno, di sorrisi rassicuranti, di sapere che esiste qualcuno, che ha competenza, pronto a fare di tutto per mettere al sicuro la sua vita, qualcuno che alla sua vita ci tiene e ci crede!
Spesso, purtroppo, non bisogna andare troppo lontano per trovare qualcuno bisognoso di cure…
Ecco, prima di partire, magari bisognerebbe pensare anche a questo: se si è scelta la vita del medico è perché si vuole salvare la vita delle persone, è perché si vuole pensare prima al prossimo, trovare a tutti i costi nuove cure per debellare quelle malattie che fanno male, che distruggono, perché si prova amore per gli altri, per la vita degli altri.
Partire, andare via, è scegliere questa vita, sì, ma è anche abbandonare tutte quelle persone che hanno bisogno di qualcuno che scelga di salvarli qui, nella propria terra, nel posto che per primo hanno assaporato, conosciuto appena si sono aperti al mondo.
Sì, bisognerebbe scegliere di restare proprio per questo motivo: non abbandonare.
La politica oggi non parla di questo disegno che tra qualche anno diverrà realtà, sembra quasi non voler dare peso a questo problema che domani ci lascerà da soli.
Sembra non voler rispondere a quella domanda che oggi ci frulla nella testa a questa notizia: ma chi penserà a noi? Alle nostre cure?
Oggi il nostro è il Paese che si occupa prima di ogni cosa di garantire le giuste cure al cittadino, ma domani sarà il Paese senza medici e, come afferma Costantino Troise, segretario del sindacato dei medici dirigenti Anaao-Assomed, un Paese senza medici “è un Paese senza sanità”.
Ester Evangelisti