L’omicido di Samanta Fava e l’incredibile detenzione domiciliare del suo assassino, condannato in tutti e tre i gradi di Giudizio a ventiquattro anni di reclusione, è stata oggetto di un importante articolo pubblicato oggi su Il Tempo a firma della nostra collega Angela Nicoletti.
A riportare alla ribalta il caso di ‘ingiustizia’ è stata Desiree Gabriele, nipote della bella Samanta – la trentasettenne sorana uccisa di botte e poi murata in una cantina dal suo aguzzino -. Nella lettera aperta inviata al direttore de Il Tempo, Gian Marco Chiocci, la ragazza si domanda perplessa come venga applicata la Legge in Italia e secondo quali criteri. “Io non posso sapere se Marcello Dell’Utri sia colpevole o innocente, e non mi interessa. So che non ha assassinato nessuno e so anche, per quello che leggo dai giornali e ascolto in TV, che è solo una persona anziana, malata di tumore e gravi patologie al cuore e che, per questi motivi, non potrebbe stare in carcere. Quindi non riesco a comprendere, caro Direttore, per quale motivo l’assassino di mia zia Samanta, massacrata di botte e murata in una cantina, debba essere curato a casa. Ecco io, i genitori di Samanta, suo figlio, l’ex marito e tutti quelli che l’abbiamo amata tanto, tantissimo, chiediamo solo che quell’uomo, quel mostro, venga curato si, ma in carcere. Tutti hanno diritto ad un’assistenza ma anche noi, vittime di una malvagità senza fine, abbiamo diritto ad una serenità seppur labile. Dover vedere le mani che hanno pestato di botte mia zia, spaccare legna in giardino o fumare una sigaretta sull’uscio di casa, è un qualcosa che non auguriamo a nessuno. Abbiamo sempre avuto un grandissimo rispetto della Legge e di tutto quello che essa comporta ma nessuno ha avuto rispetto di noi, del nostro dolore e del modo in cui mia zia è stata uccisa. Nel modo in cui il suo corpo è stato oltraggiato. Avvolto in un sacco e rinchiuso in una nicchia di foratini. Se non fosse stato per la caparbietà di due poliziotti e di un magistrato, noi non avremmo mai avuto la possibilità di poter pregare sulla tomba di Sammy. Suo figlio non avrebbe mai avuto un luogo dove portare un fiore per la Festa della Mamma. Questa è Giustizia, caro Direttore?”. “Quello che noi chiediamo ai giudici del Tribunale di Sorveglianza è una revisione della decisione presa nell’aprile del 2016 – prosegue ancora Desiree Gabrele -. Perchè non possiamo continuare a vivere con un assassino affacciato alla finestra. Se è realmente malato come dico, è giusto che venga curato ma non sotto i nostri occhi. A pochi metri di distanza dalle nostre abitazioni. Mio nipote, il figlio di Samanta, è un adolescente che ha tante amicizie. Di sovente si ritrova a dover transitare lungo la strada dove vive Cianfarani. Che concezione della Giustizia potrà avere, una volta, adulto, quel povero ragazzo? Qui non stiamo parlando di un uomo che ha trascorso una vita in carcere e quindi pagato il suo conto con la Giustizia, ma di un assassino che in una cella c’è rimasto per soli trentasei mesi“. Redazione
