Sulla questione degli asili nido, che dovrebbero rappresentare un servizio pubblico e dunque accessibili a tutti, scende in campo il portavoce città di Frosinone di FdI –AN, Giuseppe Vittigli.
<Partendo dal presupposto che l’asilo nido- scrive Pittigli in una nota- riguarda i bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni, che nasce come servizio sociale di interesse pubblico e la legge lo identifica ancora così ma nel tempo, grazie ad una evoluzione culturale e all’approccio che hanno avuto i Comuni italiani, l’asilo nido può essere considerato, oggi, un servizio ad alta valenza educativa (facente parte del percorso di formazione e istruzione della persona) e che la scuola dell’infanzia riguarda invece i bambini di età compresa tra i 3 e i 6 anni; considerando che l’obbligo scolastico inizia a 6 anni con la scuola primaria, l’asilo nido e la scuola dell’infanzia non rientrano al momento nel ciclo dell’obbligo scolastico e non sono servizi ad offerta generalizzata ma a domanda individuale. Infatti oggi si accede all’asilo nido con le stesse logiche di come si accede ad un servizio sociale: c’è un bando comunale che stabilisce i criteri di accesso, le fasce di reddito (ISEE), le graduatorie, ecc. Mentre la scuola dell’obbligo non prevede tutto questo: è un servizio universale e gratuito, di competenza dello Stato e a carico dello Stato.
Noi riteniamo che l’asilo nido e la scuola dell’infanzia rientrino a pieno titolo nel processo formativo ed educativo di un bambino. E lo dico questo perché credo giusto offrire l’opportunità alle famiglie di poter mandare i bambini al nido e alla scuola dell’infanzia, perché è utile alla loro educazione e crescita. Ma tutto questo comporta una rivoluzione normativa: l’asilo nido non deve essere più considerato legalmente un servizio sociale e non dovrebbe più essere a carico dei Comuni ma rientrare nelle attività dello Stato centrale e a carico dello Stato.
Lo stesso discorso deve valere per le scuole dell’infanzia, dove possiamo dire che la competenza è mista tra amministrazioni locali e Ministero dell’Istruzione. Qual è il problema? Lo Stato non riesce ad aprire tutte le scuole dell’infanzia che servono. Il Comune le apre per conto dello Stato per sopperire alle sue mancanze. Il Comune dove prende i soldi per farle funzionare? In parte da fondi statali e in parte con fondi comunali.
La riforma della “buona scuola” di Renzi prevede che gli asili nido rientrino nella compentenza del Ministero dell’Istruzione e quindi a pieno titolo nel ciclo di formazione ed educazione. Ma questa norma, purtroppo, è rimasta sulla carta e quindi ad oggi i Comuni dovranno continuare a gestire la situazione in modo autonomo. Noi proponiamo di espandere e potenziare il sistema integrato pubblico-privato degli asili nido, prevalentemente attraverso la formula delle concessioni e delle convenzioni con i privati, mantenendo, comunque, in capo al Comune il monitoraggio della qualità dei servizi offerti e la formazione continua degli educatori; ma soprattutto proponiamo il modello degli asili nido famigliari.
La mia idea è quella di affiancare al sistema integrato pubblico-privato il modello degli asili nido famigliari sull’esempio di quanto già accade a Bolzano con il modello delle “tagesmutter domus” (figura professionale adeguatamente formata che fornisce educazione e cura a uno o più bambini di altri presso il proprio domicilio). Il Comune dice: ogni neomamma con un figlio tra 0 e i 6 anni può accudire a casa sua, oltre a suo figlio, fino a 3 bambini; pertanto ogni neomamma potrà accudire al massimo 4 bambini, compreso il suo. Il Comune darà alla neomamma un contributo, supponiamo di 350,00 euro al mese per ogni bambino, per un totale di 1.400,00 euro al mese. Il Comune stabilirà le regole, farà il monitoraggio e il controllo. Risultato? Le neomamme saranno contente, il Comune risparmierà perché i nidi famigliari costano meno di quelli comunali e convenzionati e si riuscirà a garantire il servizio a molti più bambini, che ora rimangono fuori o sono in lista d’attesa. In questo modo si interviene anche sul gravissimo problema dell’occupazione delle donne neomamme che rientrano tra le fasce di più difficile collocazione lavorativa e per le quali tutti gli studi auspicano interventi ad hoc.
Considerando la cifra che abbiamo supposto quale sarebbe il costo per il Comune? 350,00 euro a bambino al mese per 9 mesi (periodo di apertura dei nidi) fa 3.150,00 euro. Come primo tentativo si potrebbero stanziare circa 650.000,00 euro e coprire 200 bambini e far lavorare più di 50 mamme. Costi più bassi per le casse del Comune, lavoro per le neomamme, partecipazione diretta delle famiglie in quella che è la vita pubblica e privata della cittadinanza>.
