In otto avrebbero partecipato al pestaggio assassino di Emanuele Morganti. In otto ora dovranno rispondere di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi. Il colpo di scena tanto atteso è arrivato nella giornata di ieri quando è trapelata la notizia che il capo d’imputazione a carico degli indagati a piede libero era stato modificato: dall’accusa di aver partecipato ad una rissa, si è passati a quella gravissima di aver assassinato, a pugni e colpi in testa, un ragazzo di venti anni.
Oltre che a Mario Castellacci e Paolo Palmisani, in carcere dallo scorso 28 marzo, a dover rispondere della morte violenta di Emanuele Morganti sono anche Franco Castagnacci, padre di Franco, il frusinate Michel Fortuna ed i quattro buttafuori del Mirò, Damiano Bruni, Micheal Ciotoli, Manuel Capoccetta, tutti residenti a Ceccano e l’albanese Xhemal Pjetri. “Per il reato di cui all’articolo 588 cpv cp e 110 61 numero 1, 575, 577 numero 4 cp in danno di Morganti Emanuele” si legge nel decreto di citazione che è servito ad informare tutti gli avvocati difensori degli otto indagati dello svolgimento dei rilievi dattiloscopici e di materiale organico in programma per venerdì mattina ad Alatri, alla presenza dei carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche. I militari del Ris, coordinati dal capitano Cesare Rapone, dovranno quindi ricostruire la scena del crimine in piazza Regina Margherita e poi effettuare le analisi sulla Skoda, la vettura sulla quale, Emanuele Morganti, è caduto vinto dai colpi inferti sulla nuca da una o più persone presenti in piazza la notte tra il 24 ed il 25 marzo. Saranno rilevate tutte le impronte digitali presenti sulla carrozzeria della vettura e comparate con quelle dei presunti assassini. Un lavoro certosino, preciso quello dei Ris che ha avuto inizio la scorsa settimana quando ad essere passato al setaccio con il Luminol è stato l’interno della discoteca. Molto spesso dove l’uomo non è partecipe, a parlare sono la tecnologia e la chimica. La ricostruzione dei fatti accaduti quella maledetta notte a questo punto sembra essere ancor più chiara. Emanuele Morganti è stato picchiato con una violenza feroce ed inaudita perché aveva ‘osato’ reagire alle molestie di un ubriaco che, però, non sarebbe stato un uomo qualsiasi ma una persona fortemente legata da interessi economici a tutti gli indagati. Una persona alla quale ‘il branco’ ha voluto dimostrare rispetto e riverenza. Perché, luci psichedeliche a parte, nel locale ma soprattutto all’esterno, non di respirava da tempo un’aria serena, di divertimento senza eccessi. In molti avevano dovuto subire affronti, assistere a litigi. Che vedono coinvolti sempre gli stessi personaggi. La parte insana di Frosinone, quella specializzata nello spaccio di droga, si era spostata nell’antico centro storico di Alatri. Al calar della sera, e in particolar modo nel fine settimana, i residenti vivevano blindati per timore di incappare in qualche aggressione o con la paura di dover assistere a qualche ‘scena scomoda’. Veri e propri Ras che dopo il duro colpo inferto dai Carabinieri e Polizia lo scorso dicembre, al Casermone, avevano dovuto riorganizzare le fila di un’organizzazione oramai decimata ai vertici. Forse, il povero Emanuele, dopo la prima aggressione all’interno del disco bar, in preda alla rabbia deve aver detto proprio qualcosa inerente l’attività di spaccio. Forse, nel tentativo di spaventare quei buttafuori senza alcuna autorizzazione, avrà urlato: ‘adesso chiamo i carabinieri’. E niente diventa più fastidioso di un controllo da parte delle forze dell’ordine durante una serata appena iniziata, commercialmente parlando. E i ‘boss’ hanno quindi reagito nella maniera che nessuno mai avrebbe immaginato, neanche Emanuele. Hanno deciso, forse tutti, forse solo qualcuno, di ‘dare una lezione’ a chi aveva osato rispondere e reagire pubblicamente. Un messaggio trasversale a quanti hanno assistito alle due aggressioni e poi hanno deciso di non parlare. Perché si correva il rischio di fare la stessa fine. @nicoletti
