Editoriale – Un’offesa razzista costa quanto un fischietto?

Roberto Caporilli
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FMC Ferentino – Givova Scafati, BJ Raymond in lunetta per tre tiri liberi.

Dal settore dei tifosi ospiti si alzano dei “buu” poco edificanti, forse per cercare di distrarre il giocatore amaranto oppure con sfondo razziale. Questa è stata l’interpretazione del giudice sportivo FIP, Andrea Tavazza, una volta letto il referto compilato dalla terna arbitrale. Un episodio brutto, forse non molto eclatante proprio perché poteva essere interpretato come un tentativo di deconcentrare un avversario, ma davvero da stigmatizzare. Una volta intesi gli ululati come offesa razzista ci si sarebbe aspettati una punizione esemplare, considerato che in altri sport le gare vengono addirittura sospese per cose del genere. Di certo il razzismo nel basket non è un piaga come nel calcio, anche perché sono proprio i giocatori di colore i maestri di questo gioco, ma per contrastare certi episodi, per instillare un minimo di cultura sportiva, di rispetto del prossimo e della diversità servirebbero dei provvedimenti seri. Invece qual è stata la punizione per i supporters scafatesi? Un’ammenda alla società di 1500 euro, la stessa somma che dovrà scucire la Virtus Bologna per utilizzo di fischietti da parte dei propri sostenitori. Un fischietto vale quanto un insulto razzista per la Federazione Italiana Pallacanestro, ente che si prodiga in diverse iniziative sociali ma non sfrutta il mezzo più diretto che avrebbe a sua disposizione per estirpare, almeno dai palasport, il cancro del razzismo. Anche in altre circostanze i provvedimenti assunti sono stati simili ma toccare ancora una volta con mano questa triste realtà fa male, fa male agli appassionati di basket, fa male a chi intende ancora lo sport come mezzo di diffusione di valori sani. No, un fischio non può costare quanto un “buu”.   Redazione Sport
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