(di Angela Nicoletti) ‘Soltanto un giornalista’. Indro Montanelli a chiunque lo elogiasse per il ruolo che ricopriva o per gli articoli che scriveva, rispondeva così. Perché solo chi svolge questa professione con amore, passione, spirito di abnegazione, può avere quel senso di pudore, quella umiltà che ci porta quasi ad essere schivi, refrattari ad ogni sorta di complimento.
Perché il giornalista, il cronista, è sempre dalla parte del più debole e vive con quella consapevolezza che la sua penna, il suo articolo, possono in qualche modo cambiare le sorti di una vita, grama o felice che possa essere. Il giornalista, il cronista, non vive il fine settimana, il sabato, la domenica, le feste comandante. Lazzi, cotillon e trombette, non fanno parte dello stile di vita di chi ogni giorno è costretto a toccare con mano dolori, tragedie, disperazione. La sua famiglia diventa la redazione e la famiglia, quella vera, se ama e comprende, diventa a sua volta giornalista, cronista, informatore. Ho mio padre, mia madre, mia cognata Melania, oppure i miei fratelli o uno stuolo di zii e cugini, che pur non vedendomi mai, soprattutto quando c’è una ricorrenza, che nonostante la mia perenne assenza, mi informano, segnalano, coinvolgono in questa o quella vicenda. Perché sono consapevoli del fatto che un mio articolo, o quello di altri colleghi, può dar voce e molte volte aiuto, a chi voce non ha.
Un giornalista serio è quindi una cassa di risonanza. Un giornalista serio racconta la tragedia di Amatrice e dei terremotati come se fosse la sua tragedia. Come se sotto quelle macerie avesse lui stesso perso affetti, casa, speranze di un futuro. E tutto questo senza cercare gloria, senza vivere sotto i riflettori. Indossa i panni dello sfollato, del discriminato, del disoccupato, senza batter ciglio e senza lasciar capire che a sua volta vive un momento difficile. Perché la dignità prende il sopravvento anche se da mesi non vede uno stipendio che possa chiamarsi stipendio, quando è costretto ad elemosinare il doveroso pagamento dei contributi pensionistici, quando – pur di non vedere andare in fumo anni di immani sacrifici – è costretto chiudere gli occhi davanti alla palese malvagità di chi crede di esser sempre vincente. Perché anche i giornalisti vengono vessati, sfruttati, maltrattati, strumentalizzati. Ho visto colleghi piangere davanti ad articoli cancellati dopo una ‘telefonata’. Io stessa ho inghiottito fiele davanti alla pubblicazione di rettifiche sull’inesistente integrità morale di delinquenti poi condannati in maniera definitiva. Perché assumersi le proprie responsabilità non è da tutti.
Io ed i miei colleghi de “La Provincia Quotidiano” oramai da diversi anni portiamo sulle spalle quel fardello chiamato precarietà. E quanto sta accadendo in questi giorni all’interno del nostro glorioso quotidiano, fondato da Umberto Celani, non è altro che il riassunto di quello che sono costretti a patire altri centinaia di migliaia di colleghi in tutto il mondo. Per poter uscire da questa spirale dovremmo avere noi stessi un discreto budget e dovremmo tenere lontani dalle nostre pagine i poteri forti, quelli che costruiscono intere carriere sulla carta stampata e che poi, nel momento di difficoltà, spariscono nella frazione di un secondo o decidono di salire sul carro vincente dell’editore. Come se a scrivere gli articoli, ad arrivare sul luogo delle tragedie, a commentare questo o quel fatto, fosse l’editore che non è, e mai sarà, ‘soltanto un giornalista’.
Angela Nicoletti
