(di Alessandro Andrelli) Continua a far discutere l’emergenza immigrati in Ciociaria. L’ultimo caso di rilievo, che attraverso gli inviati di Tg24 non mancherà di essere commentato, raccontato e giustamente argomentato, è quello di Anagni. L’albergo Santoro, in via San Magno, ospita da qualche giorno una ventina di rifugiati politici. Nel pomeriggio di oggi verso le 18.30 nei pressi dell’attività alberghiera si è svolta la manifestazione di Casapound Anagni contro il centro accoglienza e lo stato italiano accusato di essere l’artefice dell’ “invasione pilotata” dei profughi. Su quanto sta accadendo in questi giorni, la protesta di Casapound, e quanto successo durante e dopo la manifestazione, anche attraverso i commenti degli anagnini, argomenteranno a dovere nelle prossime ore i nostri inviati. Tutto ciò scatenerà anche prese di posizione differenti e democratiche, di natura politica e sociale. Per una volta, però, ci soffermiamo sulla profonda umanità che ci è stata testimoniata, sempre attraverso i social, in queste ore, e che interpretiamo come sfogo di una giovane mamma, inerme e preoccupata oltre che turbata ha assistito al pomeriggio di protesta anagnino.
“Ero di passaggio in via San Magno. Scendendo ho visto sulla mia sinistra un grande striscione, girando lo sguardo dalla parte opposta mi accorgo di un signore col telefonino che riprendeva e un altro con un megafono che urlava. Proseguo nel mio cammino ad un tratto, mi giro sulla destra e vedo dei ragazzi abbandonati su una sedia accanto a un tavolo. Avevano lo sguardo perso, erano terrorizzati e spaventati. Poco più giù altri tre o quattro ragazzi di colore, vestiti tutti allo stesso modo. Magliette povere, pantaloni di tuta dismessi e usurati dal tempo, sicuramente riciclati e usati. Pantaloni che noi italiani non consideriamo più utilizzabili e che possiamo sostituire con un nuovo capo di moda firmato. Ciò che mi ha colpito di più però sono stati i piedi di questi ragazzi. Indossavano un paio di ciabatte usate e chissà quanti km avevano già percorso. Salivano lungo la strada a testa bassa, la schiena chinata, visibilmente stanchi. Nei loro sguardi si assomigliavano tutti, avevano la stessa espressione: erano tristi. Detesto vedere occhi tristi, mi mettono angoscia nel cuore e un grande dolore nell’anima. Ho immaginato mio figlio. Oggi a quasi 11 anni e nella sua giovane vita posso dire che ha tutto. Vestiti, giocattoli, i guanti del suo campione preferito, gli scarpini da calcio di ultima produzione. Ha occhi belli e felici, ride alla vita perché ha tutto. Ha amore, coccole, una famiglia, un futuro davanti a se. E se tutto questo dovesse un giorno finire? Se un giorno tornasse da noi la guerra, mio figlio sarebbe costretto a scegliere: o morire da soldato o fuggire lontano. Da madre farei di tutto per allontanarlo dalla guerra; meglio lontano che morto! Arriverebbe in uno stato straniero dove non c’è pace, dove magari ricostruire una vita dignitosa. Senza vestiti, senza cibo, senza amore, senza più il sorriso negli occhi, con le ciabatte consumate dal dolore. Non potrei vivere con questo pensiero. Vorrei solo che fosse accolto con un sorriso. Non servono denari per aiutare una persona, basta una pacca sulle spalle, un abbraccio una parola che ti faccia sentire vivo”. Non occorre aggiungere altro. Si dovrebbe studiare meglio la storia, specie chi ne si professa profondo conoscitore. Accogliere un rifugiato, con regole e giuste misure, è un diritto di ogni essere umano, questo ce lo insegna la storia. Questo non va mai dimenticato! Alessandro Andrelli
