La vertigine è un sintomo che di frequente viene riferito dai pazienti e dipende da molte malattie. Ne parliamo con il prof. Giuseppe Attanasio, medico ORL presso il Dipartimento Testa e Collo del Policlinico Umberto I di Roma e docente di Vestibologia all’Università Sapienza, nonché specialista presso il Medical Center di Arpino.
Prof. Attanasio, cosa è una vertigine?
E’ bene distinguere la vera vertigine che è una sensazione illusoria di rotazione dell’ambiente o del soggetto da altri due sintomi che possono essere simili: il disequilibrio, cioè la difficoltà a mantenere l’equilibrio durante la marcia e l’instabilità che è la difficoltà a mantenere la stazione eretta. Questi sintomi devono essere chiaramente distinti dalla paura dell’altezza che si chiama acrofobia e che è un sintomo neuropsichiatrico e dalla cinetosi che invece sì presenta a seguito di spostamenti o di viaggi su mezzo di trasporto quali navi, aerei, treni e automobili.
Che tipo di vertigine è più frequente riscontrare?
Certamente la vertigine più frequente è quella posizionale, cioè quella che si manifesta in maniera molto acuta e invalidante quando si assume una determinata posizione del corpo. Il paziente riferisce per esempio che quando si gira da un lato vede tutto l’ambiente ruotare per una decina di secondi: questa è la vertigine posizionale parossistica benigna.
Come viene curata?
La terapia della vertigine posizionale è unicamente fisica: sì esegue una manovra che viene chiamata ‘liberatoria’ perché è altamente efficace e libera il paziente da questo fastidioso sintomo. Consiste nel muovere il paziente rapidamente da un lato all’altro per spostare gli otoliti, quelli che comunemente vengono chiamati sassolini, da una posizione non corretta e riportarli nella loro sede naturale.
Professore ma non tutte le vertigini possono essere curate con una terapia fisica?
Ci sono le vertigini che necessitano di una terapia chirurgica. Sono quelle per esempio in corso di malattie dell’orecchio, come l’otite media cronica oppure l’otosclerosi o anche in presenza di un fibroma del nervo vestibolare. C’è poi la vertigine della Malattia di Ménière che è il sintomo forse più invalidante in pazienti affetti da tale patologia, nella quale è presente anche una diminuzione di udito inizialmente fluttuante, il senso di ovattamento auricolare e un acufene molto fastidioso.
Ci sono novità nella terapia della malattia di Ménière?
Certamente sì. Negli ultimi anni la terapia chirurgica di taglio del nervo vestibolare e quella di infiltrazione intratimpanica di gentamicina stanno lasciando il passo a nuove strategie terapeutiche: l’infiltrazione periodica di cortisone attraverso la membrana timpanica e soprattutto la dilatazione dei vasi del collo in pazienti in cui viene diagnosticata una alterazione del deflusso venoso intracranico. Questa terapia è molto recente.
Di cosa si tratta?
In uno studio che ha interessato più centri di vestibologia in Italia e in collaborazione con i chirurghi vascolari, abbiamo dimostrato che più dell’80% dei pazienti affetti da malattia di Ménière risulta avere un’ alterazione dei vasi venosi del collo. Queste alterazioni sono state diagnosticate attraverso un esame molto particolare e difficile da eseguire che è l’eco color doppler dei vasi venosi intracranici e cervicali. Se la diagnosi viene confermata da una Angio-Risonanza Magnetica del circolo venoso il paziente può essere sottoposto ad un intervento in anestesia locale di Angioplastica che dilata i vasi che risultano ridotti di calibro e migliora il deflusso venoso. Noi abbiamo dimostrato che questo intervento di pochi minuti riduce in maniera significativa le crisi vertiginose, il senso di ovattamento auricolare e in alcuni casi anche l’intensità dell’acufene.
C’è quindi una nuova speranza per i malati di Ménière?
Certamente sì, anche se bisogna giungere ad una diagnosi certa e confermare i risultati clinici che abbiamo finora ottenuto.
La redazione