Nella I G ci sono diciotto alunni, di cui due diversamente abili: Mario e Gino, il primo con gravi difficoltà cognitive e comportamentali, il secondo con un lieve disagio dell’apprendimento.
Mario ha una fisicità prorompente ed un carattere esuberante, è difficile farlo stare seduto. Giunto a questo punto dell’anno, si è ambientato e spesso esce dall’aula per andare a chiacchierare con i collaboratori scolastici. Si alza improvvisamente e si lancia sulla porta aprendola con tutta la sua forza, facendola sbattere ogni volta al muro. Il problema è che, non avendo coscienza della sua forza fisica, ogni sua manifestazione d’affetto è da tenere sotto controllo. Il docente che si trova in classe deve interrompere ogni attività didattica e corrergli dietro cercando con le buone maniere di riportarlo in classe. Ciò avviene con una frequenza notevole.
Gino è timido, impaurito e incapace di esprimere appieno i suoi bisogni, che bisogna intuire.
Ci sono, ancora, due alunni che non posseggono materiale scolastico, probabilmente per problemi economici familiari, ma non ne abbisognano perché il loro intento è di trascorrere un anno in compagnia.
Andrea e Carlo sono ripetenti, annoiati, si guardano frequentemente attorno per trovare un appiglio che li faccia divertire. Spesso incitano Mario ad azioni di disturbo.
Una classe normale, direi.
In ogni gruppo-classe ci sono due o tre ragazzi diversamente abili. Alcuni hanno solo lievi difficoltà di apprendimento, altri aggiungono a ciò dislessia o disortografia, altri ancora hanno gravi handicap psichici o/e fisici. Le insegnanti di sostegno in maggioranza sono donne, laureate, regolarmente abilitate in un corso specifico per il sostegno, ma prive di una cattedra per la disciplina di loro competenza e che, pertanto, per lavorare e portare a casa uno stipendio, alla soglia dei quaranta e passa anni lavorano sul sostegno ai ragazzi disabili. In genere devono seguire due o tre ragazzi per completare il loro orario di cattedra di 18 ore.
La conseguenza è che ciascun ragazzo con abilità diverse può usufruire del supporto per 6/9 ore settimanali (in media), per il restante tempo deve fare riferimento agli insegnanti curricolari, i quali, in teoria, dovrebbero in 60 minuti stimolare, interessare gli alunni più svogliati, proporre attività aggiuntive per gli alunni più capaci ed infine cercare di promuovere l’inserimento e la partecipazione degli alunni diversamente abili.
Il docente è uno, loro sono molti ma ognuno con una personalità ed esigenze diverse. Ognuno di loro mostra la fatica di crescere e di vivere.
Sono adolescenti, ma spesso hanno alle spalle una vita di sacrifici, di problemi esistenziali ed economici. Famiglie disgregate, allargate, pochi soldi, genitori disoccupati.
Alcuni si incupiscono e si nascondono dietro una lugubre introversione, altri reagiscono in modo opposto, facendo gli sbruffoni, mostrando un lato ridanciano e menefreghista, come se le difficoltà in cui vivono li avessero induriti e avessero tolto loro la fiducia e la speranza nel futuro, che è una mera parola.
E poi ci siamo noi. Gli insegnanti. La classe privilegiata, che lavora poco e guadagna molto. Questa è l’idea che l’immaginario collettivo ha di noi.
Ogni minuto del nostro lavoro è faticoso, perché non stiamo fabbricando oggetti o vendendo merce. Stiamo lavorando sugli esseri umani. Abbiamo una responsabilità enorme, schiacciante. Possiamo lasciare una traccia permanente, positiva o negativa, nel loro processo di crescita.
Ho capito che la traccia che lasciamo nasce dall’esempio quotidiano: il nostro modo di agire ed interagire è ciò che trasmettiamo.
Se noi osserviamo alcune regole di comportamento e, soprattutto, se l’intero consiglio di classe le osserva, loro le recepiscono e forse a lungo andare le faranno proprie.
L’input che devono ricevere deve essere univoco, chiaro, coerente.
Solo così possiamo aiutare i nostri ragazzi. O perlomeno fare la nostra parte; è ovvio che non possiamo sostituirci ai genitori, che dovrebbero essere i primi ad aiutare i loro figli.
Tiziana Fusco
