Caro Lettore,
si è celebrato nei giorni scorsi il ventitreesimo anniversario della
strage di Capaci, nella quale – il 23 maggio 1992, a causa di un vile attacco terroristico realizzato dagli allora vertici di Cosa Nostra – persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la compagna Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Questo terribile episodio, oltre a costituire ancora oggi una macchia indelebile per un ordinamento statale che aspiri a risultare realmente democratico e liberale, ha certamente rappresentato il punto di non ritorno nella guerra tra Stato a Mafia: ebbene, al di là delle giustissime celebrazioni alle quali abbiamo assistito nei giorni scorsi ed alle quali hanno partecipato migliaia di giovani desiderosi di gridare il proprio disprezzo verso l’illegalità, ritengo sia il caso di interrogarsi sul percorso seguito dallo Stato negli ultimi ventitré anni per combattere la
Mafia.
Un primo dato certamente significativo attiene ad una semplice constatazione, per cui – già da diversi anni – la “stagione delle stragi” sembra essere terminata: i più “maliziosi” potrebbero però affermare che tale interruzione sia stata determinata non da un efficace intervento legislativo, bensì dai “benefici” apportati dalla c.d. “trattativa Stato-Mafia”, la cui esistenza è stata recentemente ipotizzata dalla Procura della Repubblica di Palermo (senza, tuttavia, positivi riscontri processuali).
A prescindere dall’adesione ad una tale tesi “dietrologica” (la cui eventuale veridicità dovrà essere accertata dall’Autorità Giudiziaria), una riflessione che – a parere di chi scrive – deve compiersi attiene alle modificazioni intercorse all’interno di quel peculiare organismo che identifichiamo con il nome di “Mafia”: in primo luogo, infatti, non ci si può esimere dal segnalare la diversificazione (territoriale e non) che ha portato alla creazione negli ultimi anni di tanti piccoli/medi centri di interessi illeciti di stampo mafioso, tant’è che – oggi – occorre parlare di Mafie, anziché di Mafia; proprio la minor portata di tali micro-organizzazioni criminali ha determinato l’impossibilità strutturale di replicare una “stagione delle stragi”; inoltre, il progresso tecnologico e la diversificazione degli interessi illeciti perseguiti hanno fatto sì che le nuove Mafie abbandonassero l’antico obiettivo legato al “mero” controllo del territorio, per spostare i propri desiderata sulla realizzazione di
business variegati ed – apparentemente – legali.
Dal quadro appena sinteticamente dipinto parrebbe che l’incidenza delle Mafie sia diminuita – o comunque si sia attenuata, diversificandosi – solo in conseguenza di “genetiche” modificazioni interne a tale apparato criminale; in realtà, così non è.

Va infatti dato atto al Legislatore degli ultimi ventitré anni di aver promosso l’entrata in vigore di discipline e normative risultate di grande efficacia nella
lotta alla Mafia ed ai suoi affiliati: dall’introduzione e dall’implementazione delle misure di prevenzione patrimoniali e personali (ossia, misure special-preventive che consentono di limitare la libertà personale o – soprattutto – di sequestrare e confiscare beni di sospetta provenienza illecita anche a prescindere da un positivo esito processuale a carico del soggetto che subisca tali privazioni) alla istituzione nel 2010 dell’A.N.B.S.C. (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata), si è trattato di interventi certamente utili a contrastare le nuove Mafie.
Ciò detto, tanto si sarebbe potuto fare e non si è fatto, tanto si sarebbe potuto fare diversamente, tantissimo andrà ancora fatto per implementare e migliorare le strategie di contrasto legale alla criminalità organizzata.
Certamente arduo sarà il compito del Legislatore del futuro prossimo, posto che – come già accennato – il progresso tecnologico rende ancor più insidiosi i moderni metodi mafiosi, ben più raffinati e strutturati di quelli che ancora oggi ritroviamo nell’immaginario collettivo (si pensi, ad esempio, alla tradizionale richiesta del “pizzo” a domicilio, che – seppur ancora presente in determinate aree del Paese – non rappresenta più il fulcro della moderna attività criminale di stampo mafioso).
Va da sé, dunque, che all’
evoluzione del metodo mafioso dovrà necessariamente seguire la sofisticazione delle tecniche di lotta senza tregua a quello che resta un vero e proprio cancro che affligge da tempo immemore il nostro amato Paese…
Avv. Luigi Annunziata
Foro di Roma
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