Sono in aumento i procedimenti giudiziari contro i professori, perché di fronte a insulti, aggressioni verbali e fisiche, hanno reagito. E’ un’escalation di violenza che lascia annichiliti.
La scuola, un luogo dove si insegna a dialogare, a gestire le problematiche con la logica e il raziocinio, sta diventando sempre più teatro di scontri verbali e non.
Recentemente è intervenuta il Ministro Giannini “..il bullismo a scuola è un fenomeno allarmante. Ma molto possono fare le famiglie…; si è rotto il patto educativo tra famiglia, insegnanti, studenti…” cito da un articolo apparso su “La Repubblica” di venerdì 3 aprile 2015.
Certo non stiamo raffigurando l’apocalisse, o il far west, ma leggere le cronache e trovarvi episodi di bullismo, di aggressività,nei confronti dei docenti da parte di alunni e a volte di genitori, è sempre più frequente. Ciò è sinonimo dell’avvenuto cambiamento della società nel corso di questi anni. Prima, quando il genitore riceveva notizie cattive circa il comportamento del suo figliolo da parte di un Docente esternava la frase classica che ognuno di noi di mezza età ricorda “professore se mio figlio lo merita dagli due schiaffoni!”; ora se appena accenni ad un comportamento scorretto della prole ti ritrovi due occhi insospettiti puntati addosso, subito supportati da un’aria di sufficienza, se va bene, di odio nei casi peggiori.
Nessuno vuole difendere il passato, giammai, ma com’è che siamo arrivati all’atteggiamento opposto?
Fa parte, è ovvio, dell’avvenuto mutamento della percezione della figura del docente, non più collaboratore nel l’educazione degli alunni, ma avversario.
Il problema è che i nostri alunni non sono migliorati in linea con questa nuova tendenza educativa, pertanto è lecito dubitare della sua valenza.
Cito da Mariapia Veladiano “…in classe l’insegnante è l’adulto e la tenuta del rapporto, il rimanere al di qua del limite della violenza, è sua. E’ lui che non deve mai rispondere dispetto per dispetto, violenza per violenza. Questo è possibile se non è mai solo. Se la gestione della classe non è un atto eroico individuale di docenti che entrano in aula con uno spaventoso debito di credibilità sociale….” ( La Repubblica , giovedì 2 aprile).
Riusciamo ad immaginare come si può sentire un insegnante che si sente sbeffeggiare, a volte addirittura picchiare? E’ vero, è lui l’adulto che non deve cedere alle provocazioni di piccoli bulletti di periferia, anzi dovrebbe avere la capacità di non arrivare a queste situazioni estreme, dovrebbe cioè gestire questi momenti critici con somma calma e saggezza, ma è pur vero che a volte la situazione sfugge di mano, non si può avere sempre il controllo delle proprie reazioni, anche il docente è un essere umano con le sue debolezze. Quando capitano queste situazioni di rivolta verso l’autorità costituita, è interessante notare come il resto della classe si comporta: come se fossero in un’arena, indemoniati, urlano, incitano l’insegnante a reagire, vogliono vedere il sangue, insomma.
E’ l’apoteosi della violenza, che nulla ha a che vedere con una società civile e tantomeno con un’aula scolastica. Eppure sovente ci troviamo invischiati in questo scenario desolante.
Recentemente ho partecipato ad un Consiglio di classe indetto per sanzionare un alunno che aveva atteggiamenti scorretti (eufemismo) nei confronti dei docenti e dei compagni, e di fronte all’esposizione dei fatti, il genitore del suddetto bulletto ha detto con aria di sfida “.. queste cose le state dicendo voi, io che ne so se sono vere? È la vostra parola contro quella di mio figlio.” e alla mia osservazione “scusi Lei sta dicendo che stiamo inventando tutto? “ lui di rimando “ah , io queste cose non le so. Io vado a lavorare”.
Episodio realmente accaduto.
Lascio ai lettori trarre le dovute considerazioni. Posso aggiungere che noi tutti , in quel consesso, siamo ammutoliti, e, sconfortati, siamo tornati a casa con un forte sentimento di rinuncia e di impotenza.
Perché di fronte a questa palese mancanza di considerazione per il nostro ruolo e il nostro lavoro, il primo sentimento che subentra è lo sconforto. Poi si razionalizza, si fanno le dovute analisi e considerazioni, e ci si arma (psicologicamente) per una nuova discesa nell’agone il mattino dopo.
Tiziana Fusco
