Caro Lettore,
le recenti festività pasquali hanno imposto una pausa nei consueti interventi della rubrica che sono onorato di curare; ciò nonostante, molti e variegati sono gli accadimenti verificatisi negli ultimi giorni.
Il 7 aprile u.s. la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 C.E.D.U. in relazione ai noti fatti collegati all’irruzione delle Forze dell’Ordine nella scuola Diaz di Genova durante il vertice G8 del 2001, non essendo previsto – nel nostro ordinamento – il reato di “tortura”; il 9 aprile u.s. un uomo si è introdotto armato nei locali della Città Giudiziaria di Milano ed ha aperto il fuoco, uccidendo tre persone e ferendone altrettante.
Fatti di tal genere, seppur apparentemente del tutto diversi tra loro per natura e caratteristiche, mostrano invece – a parere di chi scrive – tratti comuni piuttosto inquietanti, rappresentando lo specchio di una crisi globale del “sistema Giustizia” in Italia.
L’irruzione delle Forze dell’Ordine all’interno della scuola Diaz e le indegne violenze che ne scaturirono costituiscono ancora oggi – a distanza di circa quindici anni – una macchia indelebile per un sistema che miri ad essere espressione di uno Stato democratico e liberale: non a caso, infatti, i responsabili sono stati condannati in via definitiva (con sentenza della Suprema Corte di Cassazione, n. 35085 del 5 luglio 2012) per la commissione di diversi reati, tra cui le lesioni arrecate a molti soggetti; secondo il recentissimo intervento della Corte di Strasburgo, tuttavia, le condotte poste in essere dagli imputati avrebbero integrato una fattispecie delittuosa ben più grave, per l’appunto quella di “tortura”, non prevista nel nostro ordinamento penalistico.
Tralasciando le ragioni di fatto e di diritto che i Giudici europei hanno posto a fondamento della pronuncia de qua, in questa sede appare invece opportuno comprendere le cause di un drammatico evento quale è quello verificatosi nel lontano 2001 a Genova: pur essendo trascorsi diversi anni, infatti, le ragioni di fondo appaiono comuni a molte situazioni che frequentemente si verificano in occasione di manifestazioni di piazza di vario genere.
Nel definitivo provvedimento di condanna del 2012, il Supremo Consesso – descrivendo le cause dell’irruzione – faceva esplicito riferimento ad una sorta di vendetta delle Forze dell’Ordine, ad un’azione volta a “riscattare” l’immagine della Polizia italiana, rimasta per giorni inerme in preda alle violenze esercitate da alcune frange di “manifestanti”.
Ecco dunque che, a parere di chi scrive, si giunge al cuore del problema, che risiede nei limitati poteri autoritativi riconosciuti nel nostro sistema alle Forze di polizia, nonché alle ultronee tutele apprestate agli autori di determinate fattispecie delittuose, anche ove arrestati o fermati in flagranza di reato: basti pensare, in questo senso, allo scempio realizzato qualche mese fa da un gruppo di teppisti olandesi nel cuore di Roma, i quali – per superiori ragioni di “ordine pubblico” – hanno agito indisturbati per ore ed ore.
In questo quadro, soprattutto in occasione di manifestazioni ed assembramenti “di piazza”, le Forze dell’Ordine si trovano sprovviste di reali ed efficaci poteri autoritativi, ben sapendo peraltro che – anche in caso di arresto in flagranza – il prevenuto verrà rimesso in libertà nel giro di poche ore o di qualche giorno al massimo: una tale situazione non determina solo l’indignazione del cittadino comune, ma ingenera nell’operatore di polizia un frustrante e pericoloso senso di impotenza, in grado di sfociare in reazioni scomposte quali quella di cui si tratta.
Occorrerebbe dunque ripensare il novero dei poteri autoritativi attribuiti ai primi operatori del diritto e – soprattutto – parrebbe oltremodo necessario prevedere misure idonee a valorizzare l’attività posta in essere dalle Forze dell’Ordine.
Un sistema che non è grado di assicurare l’autorevolezza dei poteri dello Stato e la certezza della pena è un sistema in profonda crisi di identità. Del tutto slegato da tali problematiche parrebbe essere prima facie il gravissimo episodio occorso il 9 aprile u.s. nel cuore della Città Giudiziaria di Milano, quando un uomo armato vi si è introdotto ed ha aperto il fuoco, uccidendo tre persone e ferendone altrettante.
In realtà, appare possibile rinvenire alcuni profili comuni alle due vicende, soprattutto per quanto concerne le cause “sistemiche” che stanno a monte ed a valle delle questioni immediatamente connesse. L’identità e le rispettive qualifiche delle tre vittime della lucida follia omicida non sono affatto casuali, rappresentando ciascuna una parte essenziale del “sistema Giustizia”: un Magistrato, un Avvocato ed un comune cittadino (nel caso di specie, nella contemporanea veste di imputato e testimone). La scure del feroce assassino si è abbattuta senza pietà sui perni di un qualsiasi ordinamento laico e democratico, eliminandoli.
In questi giorni, gli interrogativi e gli approfondimenti principali mirano giustamente a far luce su eventuali falle o carenze nella gestione della sicurezza della Città Giudiziaria milanese (e non solo). Ma il problema, ad avviso di chi scrive, è ben più profondo e radicato.
Il vero quesito al quale dare una risposta seria e concreta dovrebbe invece mirare a comprendere come e perché un soggetto quale il presunto omicida – da chiunque descritto come un personaggio violento e mentalmente instabile – fosse in possesso di regolare porto d’armi; un soggetto, peraltro, già noto alle Forze dell’Ordine per intemperanze che nulla avevano a che vedere con il processo per bancarotta fraudolenta in corso di celebrazione dinnanzi al Tribunale di Milano.
Come è possibile che, pur a fronte di una segnalazione di “pericolosità” da parte dei Carabinieri di Brugherio, la locale Prefettura non abbia proceduto al ritiro del porto d’armi..?
Appare piuttosto evidente come ci si trovi di fronte all’ennesima falla del “sistema Giustizia”, certamente dovuta alla scarsa collaborazione tra Uffici ed apparati dello Stato, ma anche alla mancata valorizzazione della preziosa opera posta in essere quotidianamente dai primi operatori del diritto, vale a dire dalle Forze dell’Ordine. Ecco dunque come, tra fatti e vicende apparentemente lontani ed indipendenti tra loro, sia possibile rinvenire un importante trait d’union, che tuttavia – anziché legare – evidenzia in tutta la sua portata la crisi endemica del “sistema Giustizia” in Italia…
Avv. Luigi Annunziata – Foro di Roma
