La musica, prescindendo dal mero utilizzo di intrattenimento, è dagli albori il più grande mezzo di comunicazione esistente, oltre che uno dei più grandi convogli culturali esistenti. Rappresenta il modo in cui le culture viaggiano e si incontrano nel mondo, prescinde da qualsiasi diversità ed è fonte di conoscenza. Mi pare che tutto ciò sia una verità innegabile, e analizzare quel discrimen sottilissimo che si trova tra l’umanità letta col microscopio di un laboratorio e quella vista e raccontata dalla cultura musicale credo sia un ottimo modo per proseguire questa rubrica che tratta appunto di musica. Vorrei proporvi dunque un’analisi di ciò
che la musica significa oggi all’interno dell’apparato sociale in cui viviamo. Si parla continuamente di musica impegnata e non, di canzonette, di talent show, di povertà intellettuale di un mezzo, che come già detto, dovrebbe essere (chiedo scusa per la presunzione) l’apice delle discipline artistiche. Ma tutto ciò è vero o meno? Sono solo dicerie, oppure si tratta di una visione comune che riesce sorprendentemente a mettere in mostra una grande défaillance di un sistema a dir poco perfetto? Bene, la risposta può essere trovata facendo, al solito, un passo indietro e chiedendo a qualcuno che ne sa più di altri. Il primo personaggio che mi viene alla mente quando mi pongo questo tipo di domande è Theodor Adorno, probabilmente uno dei più importanti musicologi del ‘900. Parlò di arte insieme al suo caro amico Walter Benjamin nel trattato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), ma approfondì l’arte musicale in altri trattati solisti come Filosofia della musica moderna (1949) e Introduzione alla sociologia della musica (1962). Il suo punto di vista è facilmente deducibile da un breve estratto:
La musica leggera e tutta la musica destinata al consumo […] sembra che sia direttamente complementare all’ammutolirsi dell’uomo, all’estinguersi del linguaggio inteso come espressione, all’incapacità di comunicazione. Essa alberga nelle brecce del silenzio che si aprono tra gli uomini deformati dall’ansia, dalla routine e dalla cieca obbedienza […] Questa musica viene percepita solo come uno sfondo sonoro: se nessuno più è in grado di parlare realmente, nessuno è nemmeno più in grado di ascoltare […] la potenza del banale si è estesa sulla società nel suo insieme. (T. W. Adorno, Introduzione alla sociologia della musica, Einaudi, 1971)
Parliamo dunque di un prodotto di consumo, come qualsiasi altra cosa che possa essere acquistata per diletto, per una soddisfazione momentanea, per poi essere, appunto, consumata e gettata via. Adorno scriveva così tra gli anni ’30 e ’40, la sua opinione era fermamente contraria alle canzonette (effettivamente banali) della tradizione pop di quel periodo. Se aguzziamo la vista, o meglio, l’udito, potremmo però trovare qualcosa del genere anche nel nostro tempo. Pensiamo ad
esempio alla nascita del music business massiccio intorno agli anni ’80, cambiamento che stravolse in primis alcuni dei più grandi artisti contemporanei. Mi viene subito da pensare ai lavori pubblicati da Eric Clapton durante il periodo con Phil Collins produttore: un artista snaturato e obbligato a suonare qualcosa che effettivamente non gli apparteneva, solo per seguire una scia fatta di sintetizzatori e suoni, come dire, molto anni ’80. E’ un esempio che mi dà lo spunto per poter affermare che in effetti, se la musica diventa un prodotto, non si potrà più badare alla qualità della stessa, alla passione usata nel produrla, al linguaggio schietto e privo di contaminazioni estranee che ogni artista possiede in partenza. Si perde la naturalezza di un vero e proprio processo comunicativo, tutto diviene falsato e si riduce ad un intrattenimento irreale. Pensiamo per un momento ai talent show.
So per certo che molti artisti di fama mondiale si sono opposti a questa nuova macchina per la fama semplice. Dave Grohl, non troppo tempo fa, si è scagliato duramente contro questi programmi televisivi volti all’omologazione e all’elargizione di successo facile, basato sui giudizi di persone che, sempre a detta del leader dei Foo Fighters, a malapena riescono a suonare uno strumento sui propri album. L’opinione è quella di un uomo che ha raggiunto il successo in almeno due occasioni, ma senza iscriversi ad uno dei vari talent televisivi. Qualche anno fa i Rage Against The Machine hanno scatenato una vera e propria guerra contro il vincitore dell’X-Factor inglese Joe McElderry, tentando di batterlo nella classifica di vendite natalizia. Pensare che ci sono riusciti utilizzando un brano inciso nel 1992, e non si può certo dire che siano una band condizionata dal music business, ne sia prova il fatto che il chitarrista
della band detiene il record di Music Awards non ritirati. Dunque, è ovvio che, prendendo per un momento le distanze dall’opinione di Adorno, non tutta la musica definita come pop sia davvero da buttare e che non solo la musica classica o jazz sia da considerare profonda e impegnata. D’altro canto però, è pur vero che in alcuni casi molte carriere iniziano durante programmi televisivi che attirano un pubblico pazzesco e che assicurano quindi un giro di denaro enorme. Spesso si assiste all’ascesa di artisti che sembrano avere un successo quasi planetario con la pubblicazione di brani abbastanza standardizzati, quasi come seguano un plot predefinito. Purtroppo si tratta spesso di carriere usa e getta, volte all’estinzione in una manciata di mesi con la stessa facilità con cui sono nate. E’ l’apice della creazione di un successo artificiale, durante il quale e per il quale si utilizza la musica come catalizzatore distruggendo il senso e il significato artistico che vi è dietro. In questo modo ci addentriamo in un’industria culturale più secondaria che primaria, quella del consumo massiccio, che vende senza badare al contenuto. Probabilmente, a questo punto, è da prendere per buono ancora una volta Adorno: egli (ricordiamo sempre il periodo in cui scriveva) parlava di un’assimilazione ad un sistema capitalistico che utilizza(va) l’arte musicale con lo scopo di distendere gli ascoltatori dopo il lavoro giornaliero. Concludendo, mi verrebbe da pensare che al momento siamo noi tutti spettatori dell’estremizzazione, nei fatti, di tale visione e del non rispetto per l’arte e per l’artista: il tutto è confezionato e venduto alla stregua di un pacco di Kleenex.
Carlo Romano Grillandini e Industrie Sonore
