Il 15 luglio ha esordito il PAT, l’unico servizio sanitario ufficiale a disposizione di 80 mila utenti, è andato a sostituire il Punto di Primo Intervento. Si tratta di un ambulatorio di medicina sito nel presidio sanitario, nel quale lavorano i medici di famiglia. Nonostante le rassicurazioni della Asl di Frosinone, che garantisce che per il presidio di Anagni non cambia nulla con il PAT, gli stessi medici di famiglia non ne sono altrettanto certi.
I medici di famiglia affermano che il problema non è il Decreto 70/2015, alla fine sono soltanto delle linee guida, ma è la strana frettolosità che ha connotato la vicenda, nonostante la commissione sanità regionale aveva alcuni giorni prima del 15 luglio, sospeso il provvedimento di chiusura del PPI, per meglio valutare la situazione. Leggiamo di seguito cosa dichiarano del PAT gli addetti ai lavori, ossia i medici di famiglia. Il sindacato dei medici di famiglia, lo Snami con il direttore provinciale il dott. Giovanni Magnante si pronuncia così a riguardo: “In merito alla vicenda del Punto di Primo Intervento di Anagni, lo SNAMI ricorda che dall’ottobre 2017, e con l’appoggio di quasi tutti i medici di famiglia di Anagni, ha manifestato l’opposizione alla chiusura del PPI e alla sua surroga con un ambulatorio di medicina di base PAT. Tanto che ci risulta che pressoché nessuno dei medici di famiglia titolari di Anagni, lavori al PAT. Non è pensabile che per Anagni non cambi nulla, sottraendo alla popolazione dell’intero nord della provincia il PPI, cioè il servizio effettivo organicamente inserito nell’area dell’emergenza urgenza, sostituendolo con una entità, strana replica degli studi medici già esistenti e funzionanti sul territorio, che con l’urgenza niente ha a che fare. E questi sono i fatti. Ribadiamo con ciò quanto già espresso da ottobre 2017, ed ora avvallato anche dalla quasi totalità dei rappresentanti politici del territorio, sia parlamentari, sia consiglieri regionali, sia sindaci, oltre che dai comitati della popolazione della zona nord della provincia. Il decreto ministeriale 70-2015, invocato artatamente da alcuni come un mantra a copertura dell’operazione di sottrazione del PPI alla cittadinanza, non solo non comporta la chiusura del PPI nel caso di Anagni, ma alla luce delle intervenute modifiche aziendali dal 3 agosto 2017, ne implica il mantenimento in vista di un ripristino delle attività ospedaliere di pronto soccorso, in analogia a quanto già previsto per le zone disagiate, secondo la valutazione del consiglio regionale, considerate anche le ricadute in materia ambientale e di sicurezza industriale, essendo la zona area SIN e area RIR. Il non aver adempiuto può configurare conseguenze pesanti, anche alla luce del disposto dell’art. 1 comma 3 lettera l del succitato decreto ministeriale. Decreto Ministeriale che, giova informare, è stato adottato “previa intesa con la Conferenza Stato Regioni“, intesa approvata dalle Regioni, compresa la rappresentanza della giunta regionale del Lazio, nella seduta del 05.08.14, come verbalizzato nel repertorio atti al n. 98-CSR del 05.08.14. Per questo sono oggettivamente prive di senso compiuto recenti proposte di mozioni per far cambiare quel decreto ministeriale, sbandierate dallo stesso soggetto che quel decreto aveva autorizzato, e senza la cui autorizzazione del 05.08.14 il decreto non poteva essere adottato. Quindi il problema non è il Decreto 70-2015, che è strumento di indirizzo delle regioni, ma è la strana frettolosità che ha connotato la vicenda, che andava ricondotta al suo naturale giudice, il Consiglio Regionale, con i congrui tempi di studio e riflessione. Aver ostacolato al Consiglio Regionale le proprie prerogative, quando questo, nella fattispecie della competente commissione VII, aveva giustamente espresso la opportunità di una semplice sospensione della chiusura del PPI di Anagni, per dare modo al Consiglio Regionale stesso di meglio valutare e chiarire la situazione e le possibili soluzioni senza sopprimere un pubblico servizio, è stato, a nostro avviso, oltre che un atto di scortesia istituzionale nei confronti dei consiglieri regionali e del popolo che li ha eletti, anche l’innesco di imprudenze di cui sono imponderabili le conseguenze.” Anna Ammanniti
