Un’operazione durata un mese restituisce la libertà a un maschio di 193 kg. Il Parco denuncia: «Il bracconaggio è un cancro che divora la nostra terra».
Erano le 2:45 della notte del 24 aprile quando il silenzio della Valle Roveto è stato interrotto dal suono liberatorio di una trappola a tubo che scattava. All’interno, un maestoso esemplare di orso bruno marsicano, un maschio di circa 10-12 anni e quasi due quintali di peso, che da settimane portava intorno al collo una condanna a morte: un laccio d’acciaio da bracconaggio che lo stava letteralmente strozzando. Quell’orso ora ha un nome che è un programma di speranza: Libero. Una corsa contro il tempo L’intervento è il culmine di un mese di appostamenti, monitoraggi costanti e nervi tesi. Il personale tecnico del Parco ha operato fuori dai confini protetti, in quel corridoio ecologico verso i Monti Simbruini fondamentale per la sopravvivenza della specie. Non è stato facile. Libero, con l’astuzia tipica della sua specie, era riuscito solo una settimana fa a sottrarre l’esca senza far scattare il meccanismo. Ma la squadra di cattura non ha mollato, mossa dalla consapevolezza che ogni giorno che passava il cappio d’acciaio stringeva la sua morsa, rendendo le ferite sul collo sempre più profonde e letali. L’ombra del bracconaggio Mentre si festeggia il salvataggio, resta l’amarezza per un gesto criminale che riporta l’Abruzzo e il Lazio in un’epoca buia. Dopo la recente e barbara strage di lupi avvelenati, il ritrovamento di questo laccio conferma un’offensiva violenta contro la fauna selvatica. «Parlare ancora di strumenti di bracconaggio è penoso e drammatico», dichiarano i responsabili dell’operazione. «Non importa se è accaduto fuori dal Parco: posizionare un laccio per uccidere è un attacco diretto alla legalità e alla coesistenza civile con la natura». Un precedente simile risale al 2017, quando la stessa sorte toccò all’orsa Monachella. Oggi come allora, la mano dell’uomo ha cercato di distruggere ciò che decenni di tutela hanno faticosamente costruito. Eroi nel silenzio Il successo dell’operazione è merito di una rete di professionisti — tecnici, veterinari e guardiaparco — che hanno lavorato senza sosta, sacrificando riposo e vita privata. Un ringraziamento speciale è andato anche alla Croce Verde di Civitella Roveto e a un cittadino locale, simboli di una comunità che, a differenza dei bracconieri, sceglie la vita. La sfida continua Libero è tornato nei boschi, senza più quel peso d’acciaio al collo. Ma la sua storia non finisce qui. È un monito per le istituzioni e i cittadini: la tutela dell’ambiente non concede pause. La lotta contro chi dissemina veleni e trappole continua, perché la bellezza della nostra natura non debba mai più dipendere dalla “pietà” di un cappio che non ha stretto abbastanza forte. Libero è vivo, ed è questa l’unica vittoria che conta.
