Il voto che divide politica e magistratura e unisce gli elettori: perché il NO ha vinto

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Il segnale più interessante che arriva dal referendum del 22 e 23 marzo non è tanto il risultato finale, quanto il ritorno alle urne di circa tre milioni di persone che da anni non votavano. È un dato che colpisce perché racconta qualcosa di più profondo del semplice esito di una consultazione: racconta cosa spinge ancora gli italiani a partecipare quando decidono che ne vale la pena.

Per capire questo fenomeno bisogna partire da un chiarimento fondamentale. Il referendum non riguardava i processi, la loro durata, i costi della giustizia o i problemi concreti che i cittadini incontrano ogni giorno nei tribunali. Non si parlava di burocrazia, di digitalizzazione, di personale insufficiente o di arretrati. La riforma sottoposta al voto era una riforma istituzionale, non pratica: toccava la struttura della magistratura, la separazione delle carriere, il funzionamento del CSM, i meccanismi di valutazione. Era una questione di equilibrio tra poteri dello Stato, non di efficienza dei processi. Ed è proprio per questo che il referendum è diventato, nei fatti, un voto politico e istituzionale. Molti elettori non hanno votato pensando ai dettagli tecnici del CSM o alle carriere dei magistrati, ma rispondendo a una domanda molto più immediata: di chi mi fido di più, della magistratura o della politica? Da trent’anni in Italia esiste un conflitto aperto tra questi due poteri, un conflitto che ha diviso l’opinione pubblica in due visioni opposte: chi considera la magistratura un argine contro gli abusi della politica e chi, al contrario, ritiene che i magistrati abbiano accumulato troppo potere e debbano essere limitati. Il referendum si è inserito esattamente dentro questa frattura, e questo spiega perché abbia mobilitato persone che normalmente non votano. Quando si percepisce che è in gioco l’equilibrio tra poteri dello Stato, molti cittadini sentono che la posta è alta. I tre milioni di elettori tornati alle urne non sono gli stessi che partecipano a ogni consultazione. Sono elettori intermittenti, sfiduciati dai partiti, spesso arrabbiati con la politica, persone che votano solo quando sentono che il tema li riguarda direttamente o simbolicamente. In scienza politica si chiamano elettori a partecipazione selettiva: non votano sempre, ma votano quando percepiscono che il voto può incidere davvero. Anche la divisione tra SÌ e NO non è stata una semplice contrapposizione tra destra e sinistra. È stata piuttosto una divisione tra due modi diversi di concepire lo Stato. Chi ha votato SÌ tende a nutrire sfiducia nella magistratura, a considerarla troppo potente, a ritenere il CSM politicizzato e a privilegiare l’idea di controllo ed efficienza. Chi ha votato NO, invece, tende a vedere nella magistratura una garanzia di legalità, teme un’ingerenza della politica nei tribunali e difende l’indipendenza dei giudici come elemento essenziale dell’equilibrio costituzionale. La vera frattura, dunque, non è stata tra schieramenti politici, ma tra sfiducia nella magistratura e sfiducia nella politica. La vittoria del NO assume quindi significati politici molto chiari. Molti elettori hanno votato NO non perché ritengano la magistratura perfetta, ma perché temono che una riforma possa indebolire un potere di controllo sulla politica. Meglio una magistratura forte, anche con difetti, che una politica senza contrappesi. Per molti, il NO è stato un voto di difesa dell’assetto costituzionale, un modo per evitare uno spostamento di potere percepito come rischioso. E soprattutto, il NO è stato un voto di sfiducia nella politica più che un voto di fiducia nella magistratura. Non è stata una vittoria dei magistrati: è stata una sconfitta della credibilità della politica. C’è poi un altro messaggio che emerge con forza: quando si toccano gli equilibri tra i poteri dello Stato, una parte consistente dell’elettorato italiano tende a essere conservativa nel senso istituzionale del termine. Preferisce la stabilità ai cambiamenti percepiti come pericolosi. È un conservatorismo costituzionale, non ideologico. Alla fine, questo referendum non parlava solo di magistratura. Parlava di fiducia nelle istituzioni, di rapporto tra politica e giustizia, di equilibrio tra i poteri, di partecipazione democratica, di paura delle riforme istituzionali. E il dato più significativo resta proprio questo: gli italiani non hanno smesso di partecipare alla vita democratica. Tornano a votare quando sentono che in gioco c’è qualcosa che riguarda lo Stato, i diritti, la Costituzione. In un tempo di astensionismo crescente, questo è forse il segnale più importante di tutti.
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