Cinque femminicidi in pochi giorni: l’Italia non può più voltarsi dall’altra parte

utente789
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Ci sono notti che sembrano non finire mai. E poi ci sono giorni nei quali il calendario smette di essere soltanto una successione di date e diventa una lunga riga nera, un segno che attraversa le pagine dei giornali e arriva dentro le nostre case.

Quella che abbiamo davanti è una di quelle righe. Nel giro di pochissimi giorni, l’Italia è tornata a contare vittime di femminicidio. Nomi, volti, famiglie, figli, case che improvvisamente diventano luoghi del dolore. Donne che fino a poche ore prima avevano una vita, una voce, appuntamenti, progetti, persone da amare. Donne che oggi non possono più raccontare la propria storia.

E noi, ancora una volta, siamo costretti a raccontarla al posto loro. Michela Rubiu è morta il 17 agosto, dopo quasi un mese di agonia in ospedale a seguito dello sparo esploso dal marito il 23 luglio. Tania Terrin è stata uccisa a Camponogara: aveva già denunciato il suo ex compagno, che aveva ricevuto un ammonimento. Ornella Forastefano è morta dopo una violenta aggressione nel Cosentino. Maria D’Alessandro è stata uccisa dal marito nel giorno di Ferragosto nel Beneventano. E il 18 agosto, a Colleferro, Joanna Rouissi è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione, davanti a uno dei figli.

Cinque nomi. Cinque vite. Cinque famiglie precipitate improvvisamente dentro un dolore che non ha calendario, stagione, vacanza o orario.

E mentre Ferragosto illuminava le piazze, riempiva le spiagge e accendeva le tavole delle famiglie italiane, in altre case si consumava un’altra estate. Un’estate fatta di paura, violenza e morte.

È questa la contraddizione più terribile. Da una parte il Paese che rallenta, che festeggia, che si concede qualche giorno di leggerezza. Dall’altra, una realtà che non va in ferie: la violenza contro le donne.

La violenza di genere non chiude per ferie. Non conosce agosto. Non aspetta settembre. Non guarda l’orologio. E soprattutto non comincia quando viene sferrato il colpo finale.

Il femminicidio è quasi sempre l’ultima pagina di una storia che, troppo spesso, aveva già cominciato a essere scritta.

Prima della morte possono esserci il controllo, la gelosia, le minacce, l’isolamento, le umiliazioni, le persecuzioni, le aggressioni. Possono esserci telefonate insistenti, messaggi, paura, porte chiuse, vicini che sentono e non intervengono, persone che sanno e preferiscono non sapere.

La violenza raramente arriva come un fulmine in un cielo completamente sereno. Più spesso è una crepa che si allarga lentamente. Una crepa nel muro di una relazione. Una crepa che diventa frattura. Una frattura che può trasformarsi in una voragine.

E quando quella voragine inghiotte una donna, spesso ci accorgiamo della sua esistenza quando è ormai troppo tardi.

Per questo non basta indignarsi davanti alla notizia di un femminicidio. L’indignazione è necessaria, ma da sola non salva nessuno. Serve prevenzione. Serve protezione. Serve ascolto. Serve una rete che funzioni davvero. Serve che una denuncia non sia soltanto un atto scritto su un foglio, ma l’inizio concreto di un percorso di sicurezza.

La storia di Tania Terrin dovrebbe farci riflettere proprio su questo punto: la donna aveva già denunciato il suo ex compagno e nei suoi confronti era stato emesso un ammonimento. Eppure la violenza è arrivata comunque al suo tragico epilogo.

È qui che il sistema deve interrogarsi. Non per cercare un colpevole astratto. Non per costruire l’ennesimo dibattito televisivo destinato a durare quarantotto ore. Ma per capire dove una maglia della rete si è allentata. Perché quando una donna chiede aiuto, quella richiesta non dovrebbe cadere nel vuoto come una pietra in un pozzo. Dovrebbe accendere una luce. E quella luce dovrebbe restare accesa fino a quando il pericolo non è davvero passato.

C’è poi un’altra parola che dobbiamo avere il coraggio di pronunciare: cultura.

Perché la prevenzione non può essere soltanto un intervento successivo alla violenza. Deve cominciare molto prima. Nelle scuole. Nelle famiglie. Nelle relazioni. Nel modo in cui insegniamo ai nostri ragazzi a vivere l’amore, il rifiuto, la gelosia, la libertà dell’altro.

Dobbiamo insegnare che amare non significa possedere. Che un “no” non è un’offesa. Che una separazione non è una dichiarazione di guerra. Che una donna non appartiene a nessuno. Che nessuna relazione autorizza il controllo. Che nessuna gelosia giustifica la violenza. E che nessun uomo perde la propria dignità perché una donna decide di andarsene.

Questo dovrebbe essere il punto di partenza. Perché continuare a chiamare “raptus”, “tragedia familiare”, “dramma della gelosia” ciò che nasce da una cultura di possesso significa mettere una tenda davanti alla verità. E la verità è che una donna viene uccisa perché qualcuno ritiene di poter decidere della sua libertà, del suo corpo, della sua vita.

Il linguaggio conta. Le parole sono finestre, ma possono diventare anche muri. Una definizione sbagliata può trasformare il carnefice in protagonista di una tragedia e la vittima in una semplice comparsa. Non è così. Il centro della storia deve essere lei. La donna che non c’è più.Il suo nome. La sua vita. La sua famiglia. I suoi figli. I suoi sogni interrotti. Non l’uomo che ha deciso di spegnerli. E allora forse dobbiamo smettere anche di contare soltanto i corpi. Perché dietro ogni femminicidio non c’è una sola vittima. Ci sono figli che cresceranno con una sedia vuota. Madri che non rivedranno le proprie figlie. Padri che dovranno spiegare l’inspiegabile. Fratelli, sorelle, amici, colleghi. Intere comunità che dovranno imparare a convivere con un’assenza.

Il femminicidio è una pietra gettata nell’acqua: il punto dell’impatto è soltanto l’inizio. Le onde arrivano molto più lontano. E mentre quelle onde continuano a propagarsi, noi giornalisti abbiamo una responsabilità precisa. Raccontare. Ma soprattutto ricordare. Raccontare senza spettacolarizzare. Informare senza trasformare il dolore in un prodotto. Dare nomi alle vittime senza trasformarle in numeri. Tenere accesa la luce quando l’attenzione pubblica comincia a spegnersi. Perché il rischio più grande è proprio questo: che il femminicidio diventi una statistica. Cinque in pochi giorni. Dieci in un certo periodo. Un numero dopo l’altro. Ma una statistica non piange. Una statistica non aspetta una figlia che non tornerà. Una statistica non entra nella cameretta di un bambino. Una statistica non pronuncia più il proprio nome. Le persone sì.

Michela. Tania. Ornella. Maria. Joanna.

Non sono numeri. Sono cinque vite spezzate. E proprio per questo, oggi, non possiamo limitarci a dire che è successo ancora.

Dobbiamo chiederci perché continua a succedere. Dobbiamo pretendere che la prevenzione non sia una parola da pronunciare nelle conferenze stampa dopo l’ennesimo femminicidio. Dobbiamo pretendere protezione per chi denuncia. Dobbiamo pretendere strumenti adeguati. Dobbiamo pretendere educazione al rispetto. Dobbiamo pretendere una società capace di riconoscere la violenza prima che diventi sangue.

Perché il silenzio non è neutralità. Il silenzio, davanti alla violenza, può diventare una porta lasciata aperta. E noi quella porta dobbiamo chiuderla. Non domani.Non dopo il prossimo femminicidio. Adesso. Perché ogni donna dovrebbe poter tornare a casa senza paura. Dovrebbe poter lasciare una relazione senza rischiare la vita. Dovrebbe poter dire no senza dover difendere la propria esistenza. E dovrebbe poter chiedere aiuto sapendo che dall’altra parte qualcuno risponderà.

Questa non è un’utopia. È il minimo che una società civile dovrebbe garantire. Da direttore di una testata giornalistica, credo che anche il nostro mestiere debba stare dalla parte giusta della strada.

Quella della responsabilità. Quella dell’informazione. Quella della memoria. Quella delle domande scomode.

Perché il giornalismo non deve soltanto raccontare il rumore dell’ultimo colpo. Deve provare ad ascoltare il silenzio che lo ha preceduto. E se quelle cinque vite possono ancora insegnarci qualcosa, allora facciamone una responsabilità collettiva.

Facciamo in modo che i loro nomi non siano soltanto titoli che scorrono sullo schermo. Facciamo in modo che diventino memoria. E che la memoria diventi prevenzione.

Perché una società che conta le donne dopo che sono morte è una società arrivata troppo tardi.

E noi, questa volta, non possiamo permetterci di arrivare ancora una volta dopo.

 

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