FOCUS – Sport, “Orgoglio e Pregiudizio”: da Stonewall ad Oslo

Alessandro Andrelli
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(di Irene Annarelli) È una calda sera di giugno del 1969, una di quelle sere dove le persone escono, si divertono, bevono qualcosa e stanno in giro. La notte porta oscurità, luci colorate e spesso una libertà che durante le ore diurne alcune persone non possono permettersi. È una sera come tante quando il coraggio finalmente si eleva nella notte e in un quartiere di Manhattan scoppia, dopo tanto silenzio, una rivoluzione che segnerà l’inizio di una lotta che dura ancora oggi.

I Moti di Stonewall o Stonewall Riots sono gli scontri che la notte tra il 27 e il 28 giugno, hanno animato la città di New York, avvenuti all’interno dello “Stonewall Inn”, un locale dove le persone erano libere di baciarsi, di consumare alcolici, di vestirsi come preferivano. Un locale dove i pregiudizi restavano all’ingresso, dove l’orgoglio per ciò che si era poteva finalmente risplendere senza paura. Un locale etichettato come “gay”, che i poliziotti si divertivano a visitare spesso, facendo delle vere e proprie retate, con i distintivi in bella mostra, arrestando casualmente la maggior parte delle persone con accuse banali. Sono anni in cui la guerra fredda è un nemico avverso al Governo, che aveva bisogno di stabilità e di perpetuare quell’immagine di Paese perfetto che, in realtà, era pieno di crepe. Gli omosessuali diventano allora le nuove streghe: la caccia è aperta. Del resto non si poteva controllare “qualcosa” di cui si sapeva poco, non si poteva controllare una malattia e non si poteva controllare la “lavander scare” (paura color lavanda). La lavanda è il colore che veniva associato agli omosessuali (dal colore rosa nei campi di concentramento al color lavanda, il passo è stato breve), classificati come un rischio per la Nazione al pari dei comunisti. Sono stati perseguitati, licenziati sulla base di piccoli sospetti, giudicati e allontanati dalla società. Secondo le statistiche più di 5mila persone gay persero il lavoro. Ogni notte venivano picchiati, abusati e incarcerati da poliziotti che entravano con aria di superiorità nei locali gay solo per rovinare, con un sorriso che assomigliava più ad una smorfia crudele, la vita di quelle persone. Quella sera però, allo Stonewall Inn qualcosa cambiò: si dice che Sylvir Riviera abbia lanciato la sua scarpa contro un agente, altre voci che sia stata Marsha P. Johnson a scagliare un bicchiere contro uno specchio. Alcuni dicono che a urlare un grido di aiuto che squarciò il velo della paura fu Stormé Delaruerie: arrestata perché lesbica, mentre veniva portata via, gridò aiuto alla folla che reagì. Nacque così una vera e propria rivolta che portò a manifestazioni di proteste e alla nascita di numerose associazioni. L’anno dopo, fu organizzato il primo gay pride, tradizione che dura ancora oggi e che trova la sua collocazione temporale proprio a giugno, in ricordo dei Moti di Stonewall. Una rivoluzione che, con fatica, si affacciò anche al mondo sportivo qualche anno dopo, anche se dobbiamo aspettare i primi anni’80 per avere qualche storia da raccontare. Una figura chiave nel processo di affermazione dell’omosessualità femminile nello sport si deve a Martina Navratilova, tennista cecoslovacca, naturalizzata statunitense. È il 30 luglio 1981 quando, dopo aver ottenuto il passaporto statunitense e forte di essere una delle migliori tenniste in circolazione (167 titoli WTA vinti, un record dell’era open, uniti a 177 successi in doppio e 41 dello Slam), rilascia un’intervista dove rivela la sua omosessualità. Perse ben 12 milioni di dollari in contratti pubblicitari. Nello stesso anno, il Nottingham Forest acquista una giovane promessa del calcio per 1 milione di sterline, una cifra altissima per l’epoca e per un calciatore di pelle nera: si tratta di Justin Fashanu, ventenne pieno di sogni e con tanta voglia di arrivare in alto. Il suo trasferimento si colloca negli anni in cui la lotta per l’uguaglianza delle persone di colore era ancora in corso e Justin aveva tutti gli occhi addosso. Sebbene il giorno si faceva vedere con una ragazza che presentava come la sua fidanzata, la sera frequentava spesso locali gay, con l’incoscienza tipica dei giovani, che non vedono pericolo e cattiveria. Il suo allenatore, venuto a conoscenza di ciò, lo schernì davanti i suoi compagni di squadra, chiedendogli “perché continui ad andare in quei locali per froci?”, rilegandolo ai margini del progetto squadra. Gli hooligans lo presero di mira, il suo nome venne spesso associato a fatti sconvenienti e a soli 29 anni, dopo aver cambiato molte squadre, si ritirò dal calcio. Nel 1990, fece ufficialmente coming out, sperando di ricevere supporto dalla comunità nera e dalla sua famiglia ma ciò non avvenne. Il 25 marzo 1998 è stato accusato di stupro da parte di un ragazzo minorenne. Il 3 maggio 1998 si è impiccato in uno scantinato con un cavo elettrico, lasciando un biglietto in cui si dichiarava innocente, dicendo di aver avuto un rapporto basato sul consenso reciproco con quel ragazzo che, la mattina dopo, lo aveva minacciato per avere dei soldi. Nessuno, quando era in vita, ha creduto alla sua storia ma dopo la sua morte le accuse di stupro nei suoi confronti caddero. Sua nipote cercò in tutti i modi di riabilitare il suo nome negli anni, sia come calciatore sia come uomo e ci riuscì: nel febbraio 2020, Justin è stato inserito nella Hall Of Fame del calcio inglese. Eudy Simelane è un nome che in molti non conoscono. Era il capitano della nazionale femminile del Sudafrica, una donna fiera e coraggiosa della sua persona e delle persone che amava. È stata una delle prime donne a dichiarare la sua omosessualità in Sudafrica: un affronto per una società ancora oggi maschilista e fortemente omofoba. Si ritirò dal calcio in giovane età, dopo aver trovato un buon lavoro e nel 2008 è stata aggredita, denudata e stuprata da un gruppo di ragazzi. E’ morta dopo aver ricevuto più di 30 coltellate, in quello che è stato a tutti gli effetti un omicidio con matrice omofoba: punire la vittima e cercare, ove possibile, di farla tornare sulla retta via. Ci sono numerose storie di sportivi che hanno deciso di esporsi al mondo, raccontando la loro verità, mostrandosi umani. Storie positive, storie di lotta, di una paura che ancora c’è ma che deve essere combattuta, perché l’odio è solo una forma subdola e cattiva di ignoranza e perché siamo tutti esseri umani. Ogni persona, sportiva o non, ha tutto il diritto di dichiarare al mondo chi ama perché non sono le persone che amiamo a determinarci e a determinare i nostri risultati. Per imparare dobbiamo conoscere e la storia è un’eccellente insegnante. Ma la strada è ancora lunga. Ad Oslo, in Norvegia, pochi giorni fa c’è stata una sparatoria davanti un bar gay dove sono morte 2 persone e altre 21 sono state ferite. Una sparatoria che mirava a ferire il mondo LGBTQIA+ e che ha portato all’annullamento del gay pride in programma sabato scorso nella capitale norvegese. Ada Hegerberg, capitano della Norvegia, dopo aver segnato nell’amichevole contro la Nuova Zelanda, ha alzato la sua fascia da capitano, color arcobaleno, verso il cielo, perché amare è un diritto umano e lo sport deve unire e farsi portavoce di battaglie che devono essere combattute insieme. Solo così si può lottare per un cambiamento culturale che non può non passare anche attraverso lo sport. Irene Annarelli
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