Quegli scarponcini neri infilati in due piedi oramai freddi sono stati per alcuni cronisti l’incubo notturno per tanti anni. Le fotografie del corpo di Serena Mollicone, allegate agli atti e mai pubblicate dai giornalisti di questa provincia, sono state, per la carta stampata locale, lo sprono quotidiano affinché la verità venisse a galla. Quel pantalone nero e quella maglietta rossa che spuntano dai rovi del bosco La Cupa, sono stati sostituiti con il volto sorridente della sfortunata 18enne di Arce il cui omicidio ancora oggi è impunito. Insomma si è sempre cercato di rispettare, per quanto è stato possibile, l’anima di una giovane donna lasciata morire soffocata. Poi, però, sono passati gli anni, quattordici per la precisione e il resto del mondo ha proseguito nella sua corsa al progresso. Sono arrivati i social network e con loro un modo di fare informazione dirompente, senza filtro, senza rispetto. E quegli scarponcini neri legati con un fil di ferro, pubblicati per ‘stimolare la coscienza dell’assassino‘ diventano una foto ‘virale‘ e scioccante nello stesso tempo. E allora pochi giornalisti di provincia, vecchio stampo, codice deontologico alla mano, non possono far altro che alzare le mani e sventolare la bandiera bianca. Probabilmente tutelare per tanti anni l’immagine di una ragazza barbaramente uccisa è servito solo a ‘tranquillizzare la coscienza dell’assassino o degli assassini‘ che hanno continuato a dormire sonni tranquilli. Insieme al mondo è cambiato anche il rispetto verso chi è andato via per sempre. Ciao Serena bella.
di Angela Nicoletti
Arce – Serena e quegli scarponcini neri legati da fil di ferro…
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