(di Cesidio Vano) La procura generale della Corte d’Appello di Roma ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di secondo grado del processo per l’omicidio di Serena Mollicone.
Lo scorso 2 luglio, la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati, accusati dell’omicidio della 18enne di Arce, uccisa nel 2001. Alla sbarra, come noto, c’erano: l’ex comandante della caserma dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Anna Maria. Con loro anche i carabinieri, Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano. I giudici di appello hanno confermato il pronunciamento di primo grado, essenzialemnte confermando che non si è raggiunta la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, della commissione in concorso da parte degli imputati della condotta contestata anche perché numerosi elementi indiziari, costituenti dei tasselli fondamentali dell’impianto accusatorio del pm, si sarebbero. invece rivelati non sorretti da sufficiente e convincente compendio probatorio. Il ricorso da parte della Procura generale in Cassazione – firmato dal sostituto procuratore generale Deborah Landolfi – era stato annunciato dal procuratore generale, presso la Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Amato, durante una recente visita al Tribunale di Cassino, e riguarderebbe soltanto le posizioni dei Mottola e non quelle dei due carabinieri coinvolti. Come riferisce l’AdnKronos, nel ricorso si legge: ”Consapevoli che ci si trova in presenza di una cosiddetta ‘doppia conforme’ sentenza di assoluzione, qui si vuole, potendolo fare, censurare la decisione liberatoria perché il giudice di Appello è incorso non tanto e non solo in evidenti carenze motivazionali, ma, di più, ha reso una motivazione solo apparente per non aver espresso un ragionamento intrinsecamente coerente e una valutazione argomentata degli elementi di prova (compresi quelli, nuovi, emersi in secondo grado) e per non avere esaminato le argomentazioni contrarie avanzate dalla procura generale sostenendone, eventualmente, l’infondatezza, l’indifferenza o la superfluità”. Ancora: ”La mancanza di valutazione degli argomenti portati dall’accusa e, in alcuni casi, la mancanza di valutazione tout court risulta evidente ove si consideri che il giudice, pur riconoscendo la valenza accusatoria degli elementi, non solo dichiarativi, acquisiti in atti, ne ha neutralizzato la rilevanza senza una spiegazione logica e comprensibile, limitandosi a considerazioni meramente assertive, senza valorizzazione di ipotesi alternative concretamente sostenibili”. La procura generale, sempre nel ricorso, richiama poi le ”dichiarazioni acquisite in atti provenienti dal brigadiere Tuzi, che collocano inequivocabilmente la vittima nella caserma dei Carabinieri il giorno dell’omicidio” evidenziando che “sono dichiarazioni cui la Corte attribuisce una intrinseca attendibilità, corroborata dal rilievo che tali dichiarazioni forniscono ‘un tassello rilevante per la ricostruzione della vicenda’. Ma da tale assunto la Corte non trae conseguenze coerenti in punto di responsabilità. E ciò fa non valorizzando concreti elementi di segno contrario, bensì limitandosi a considerare il dato aspecifico ed anzi non più attuale, perché contrastato dagli approfondimenti investigativi, della primigenia richiesta di archiviazione”.
