(di Cesidio Vano) In più della metà delle regioni italiane si pagano più pensioni che stipendi. Il Lazio, fortunatamente, è in controtendenza e con 310mila stipendi erogati in più rispetto alle pensioni si colloca al terzo posto nazionale, tra le regioni con un miglior rapporto tra le due entrate familiari.
I conti li ha fatti l’ufficio studi della Cgia che, dopo la pausa agostana, ha diffuso oggi un nuovo report proprio sul numero di pensioni pagate in Italia a confronto con gli stipendi erogati. Dunque: Lombardia, Veneto e Lazio (complice anche la presenza di Roma Capitale e di tutto l’apparato burocratico dello Stato) rappresentano il podio delle regioni italiane ordinate per differenza tra pensioni erogate e numero di occupati. Chiudono la classifica, invece, tre regioni del Sud (Calabria, Puglia e Sicilia fanalino di coda) che vedono una disparità tra pensionati e stipendiati che, nel migliore dei casi, si aggira attorno alle 226.000 unità (cioè sono 226mila i pensionati in più rispetto a coloro che lavorano) e, nel peggiore, si aggira attorno alle 303.000 unità. LA SITUAZIONE NEL LAZIO E NELLE SUE PROVINCE Come detto, la regione Lazio è terza in Italia per differenza tra pensionati e occupati: i primi sono 2.011.000 mentre i secondi circa 2.321.000 con una differenza positiva per gli occupati che vale, appunto, 310.000 unità. Guardando, invece, alle cinque province del Lazio, come c’era da aspettarsi – proprio per il suo ruolo di Capitale, Roma è al secondo posto nazionale (appena sotto Milano) con 1.443.000 pensionati a fronte di 1.769.000 stipendiati (+326.000 occupati). Detto per inciso, Milano è al primo posto con circa 16.000 stipendiati in più. Roma – ovviamente – è anche la provincia con la migliore performance nel Lazio, dove la segue al secondo posto regionale la provincia di Latina (39° posto nazionale), l’unica tra le quattro (esclusa dall’area metropolitana), che riporta un modesto segno positivo nella differenza tra pensionati e occupati: nel capoluogo pontino, infatti, i primi sono 50.000 e i secondi 55.000 circa, con un 5.000 stipendiati in attivo. Frosinone è medaglia di bronzo su base regionale (50° posto su base nazionale) con una sostanziale situazione di parità: in Ciociaria si pagano all’incirca tante pensioni quanti sono gli occupati: i numeri dicono che le pensioni erogate sono 171.000 e gli occupati 172.000 (poiché i valori sono arrotondati al ‘migliaio’ di unità, si può stimare una differenza prossima allo zero). Rieti è la quarta provincia del Lazio per numero di pensionati che superano gli occupati: i primi sono 65.000 e i secondi 56.000, nel Reatino quindi si pagano 10mila pensioni in più rispetto agli stipendi portati a casa dai lavoratori. Un po’ peggio va a Viterbo, fanalino di coda regionale. Nella Tuscia si pagano 12.000 pensioni in più rispetto agli occupati: i numeri dicono che in provincia di Viterbo ci sono 126.000 pensionati e ‘solo’ 115.000 occupati. LO STUDIO DELLA CGIA “Nel Mezzogiorno si pagano più pensioni che stipendi, ma nel giro di qualche anno il sorpasso è destinato a compiersi anche nel resto del Paese” questa la valutazione fatta dall’ufficio studi dell’associazione di categoria che raggruppa piccole e medie imprese. “Secondo alcune previsioni – dicono ancora -, entro il 2028 sono destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età 2,9 milioni di italiani, di cui 2,1 milioni sono attualmente occupati nelle regioni centrosettentrionali”. LE PROVINCE – Dall’analisi del saldo tra il numero di occupati e le pensioni erogate nel 2022, la provincia più “squilibrata” d’Italia è Lecce: la differenza è pari a -97mila. Seguono Napoli con -92mila, Messina con -87mila, Reggio Calabria con -85mila e Palermo con -74mila. Va segnalato che l’elevato numero di assegni erogati nel Sud e nelle Isole non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia/anticipate, ma, invece, all’elevata diffusione dei trattamenti sociali o di inabilità. Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione molto inferiore alla media UE e la presenza di troppi lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori ha ridotto progressivamente il numero dei contribuenti attivi e, conseguentemente, ingrossato la platea dei percettori di welfare. Un problema che non riguarda solo l’Italia; purtroppo, attanaglia tutti i principali paesi del mondo occidentale. Situazione “squilibrata” anche in 11 province del Nord Nei prossimi anni la situazione è prevista in netto peggioramento in tutto il Paese, anche nelle zone più avanzate economicamente. Tuttavia, già oggi ci sono 11 province settentrionali che al pari della quasi totalità di quelle meridionali registrano un numero di pensioni erogate superiore alle buste paga corrisposte dagli imprenditori ai propri collaboratori. Esse sono: Sondrio (saldo pari a -1.000), Gorizia (-2mila), Imperia (-4mila), La Spezia (-6mila), Vercelli (-8mila), Rovigo (-9mila), Savona (-12mila), Biella (-13mila), Alessandria (-13mila), Ferrara (-15mila) e Genova (-20mila). Tutte le 4 province della Liguria presentano un risultato anticipato dal segno meno, mentre in Piemonte sono tre su otto. Delle 107 province d’Italia monitorate in questa analisi dell’Ufficio studi della CGIA, solo 47 presentano un saldo positivo: le uniche realtà territoriali del Mezzogiorno che registrano una differenza anticipata dal segno più sono Cagliari (+10mila) e Ragusa (+9mila). LE CITTÀ – Milano, Roma Brescia le realtà più virtuose. A livello territoriale la realtà più virtuosa d’Italia è la Città metropolitana di Milano (differenza tra il numero delle pensioni e gli occupati pari a +342mila). Seguono Roma (+326mila), Brescia (+107mila), Bergamo (+90mila), Bolzano (+87mila), Verona (+86mila) e Firenze (+77 mila). Tra le province del Centro, infine, spiccano i risultati delle toscane: come Prato (+33mila), Pisa (+14mila) e Pistoia (+6mila)
