(di Cesidio Vano) Una storia infinita, su cui ora si rivolge lo sguardo e le attese di numerose associazioni ambientaliste, dopo che lo scorso 22 aprile, in occasione della Giornata mondiale della Terra, si era soffermato direttamente anche il Pnalm: a che punto è il Piano del Parco? Ovvero lo strumento di pianificazione che garantisce gli interessi delle persone, degli animali e degli habitat nel territorio dell’area protetta? Il timore è anche che, dietro lo stop al varo del documento regolatorio del territorio protetto, possa nascondersi la ‘mafia’ dei pascoli.
Con una lunghissima nota stampa che ripercorre tutto il tortuoso iter, lungo ben 14 anni, per l’approvazione del Piano, le associazioni Salviamo l’Orso Odv, WWF Abruzzo, LIPU Abruzzo, Federtrek, ALTURA, ORSO & Friends, Dalla Parte dell’Orso, Rewilding Appenines, Stazione Ornitologica Abruzzese, Appennino Ecosistema, Mountain Wilderness, Federazione Nazionale Pro Natura e Italia Nostra Aquila sono tornate a chiedere a tutti i numerosi enti coinvolti di fare presto e di dare una risposta alle attese di tanti ambientalisti. Va ricordato che la Legge Quadro sulle aree protette prevede che ogni parco nazionale si doti di un Piano e il Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise ha dato avvio alla procedura il 9 novembre 2010 con l’adozione del documento, che ha avuto il parete favorevole del Consiglio Direttivo e della Comunità del Parco, che rappresenta le comunità locali: 3 Regioni, 3 Province, 3 Comunità Montane e 24 Comuni. La proposta è stata inviata poi alle tre regioni interessate e dopo un lungo periodo di nulla, nel 2021 grazie ad un protocollo d’intesa tra le Regioni interessate e la Regione Abruzzo, in qualità di ente capofila, è stata avviata la procedura di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) che si è conclusa favorevole nel 2023. Nel frattempo, il Piano è stato reso pubblico per la fase di accesso e verifica da parte di tutti i soggetti interessati. Cittadini, associazioni, organizzazioni di categoria, hanno avuto un tempo di 120 giorni poter presentare osservazioni. Ne sono arrivate 54 da parte di Comuni, cittadini e categorie rappresentative e in gran parte sono state accolte. Il Piano del parco è stato adottato a febbraio 2023 ed è stati predisposto lo schema di intesa con le Regioni e i Comuni per l’approvazione del medesimo. Ma tutto è di nuovo fermo per colpa – dicono ora le associazioni ambientaliste nel loro documento – delle burocrazie regionali di Abruzzo, Lazio e Molise, che hanno generato ritardi e rinvii. “In Abruzzo – si legge nella nota -, dopo che tutti i Comuni interessati hanno firmato l’intesa sul Piano col Parco e la Regione, e dopo che la stessa Regione ha approvato il Piano in Giunta, approvazione alla quale dovrebbe seguire quella del Consiglio Regionale, l’iter si è fermato a causa della fine della Consigliatura. Dopo le elezioni tutto è al palo”. Nella Regione Lazio – viene spiegato -, pare si sia in attesa che gli uffici regionali, fatte le verifiche di coerenza tra i vari profili normativi, trasmettano l’intesa ai comuni e si proceda all’approvazione. Ma è in Molise che si starebbe vivendo una situazione definita “paradossale”: i Comuni hanno approvato il Piano e sottoscritto l’intesa con Regione e Parco. La Regione ha approvato il Piano all’unanimità in Giunta e in Commissione ma, giunto in Consiglio, l’assessore Salvatore Micone (Sviluppo della montagna), insieme alla consigliera Stefania Passarelli, hanno cheisto e ottenuto che il documento tornasse nuovamente in Commissione. “In pratica – dicono gli ambientalisti – il Governo regionale ha bocciato se stesso rigettando atti approvati, all’unanimità, dalla Giunta prima e dalla Commissione poi, accogliendo, a quanto pare, le richieste di un sedicente comitato di “civici” che in modo sconclusionato e senza alcuna base giuridica, contesta il Piano dopo il lunghissimo iter di osservazioni e verifiche che ha percorso e concluso”. Il timore – dicono le associazioni che firmano la nota – è anche quello di “prestarsi agli interessi di pochi, tra i quali non mancano soggetti di dubbia legittimità e scarsa rappresentatività, magari nascosti tra le pieghe di fantomatiche associazioni a tutela dei diritti dei residenti, che sventolano il diritto di uso civico per i pascoli, dimenticando ovviamente da dove arrivano e cosa sono gli usi civici. Infatti in molti comuni la gran parte delle superfici sono concesse ad allevatori che hanno solo acquisito la residenza ma che di locale non hanno nulla, e quindi non dovrebbero in nessun caso poter accedere alle agevolazioni (concessioni senza gara pubblica e a prezzi calmierati) previste da questo antico istituto. Una deriva pericolosa – aggiungono -, che negli ultimi anni ha visto autentiche razzie di pascoli comunali da parte di grosse mandrie di bestiame pesante che arrivano da altre regioni e che provocano gravi danni ai nostri pascoli”.
