(di Cesidio Vano) Questa volta, la Regione appare davvero determinata a condurre in porto l’abolizione delle 22 Comunità montane e della Comunità d’Arcipelago delle Isole Ponziane del Lazio.
Come noto, ad inizio ottobre, la Giunta regionale guidata dal governatore Francesco Rocca ha provveduto ad approvare i bilanci consuntivi di liquidazione delle ventidue Comunità montane del Lazio e della Comunità di arcipelago, passo fondamentale per decretarne la cessazione, o meglio, come prevede la legge regionale del 2016, la trasformazione in Unione di Comuni montani; nei giorni scorsi, inoltre, la maggioranza di centrodestra ha presentato in Consiglio regionale anche una proposta di legge finalizzata alla salvaguardia, alla valorizzazione e allo sviluppo del patrimonio montano del Lazio, segno che si sta procedendo con convinzione verso l’addio ai vecchi (e costosi) enti montani, che ancor oggi – commissariati e praticamente ridotti a gestire poco o nulla – pesano sulle casse regionali – solo per indennità ai commissari e stipendi al personale -per oltre 8 milioni di euro all’anno. Ovviamente, non mancano le resistenze alla soppressione. L’Uncem Lazio, ovvero l’articolazione regionale dell’associazione che raccoglie tutti gli enti montani e isolani del territorio, ha già presentato ricorso al Tar contro la delibera della Giunta che dà via libera ai conti di liquidazione (leggi qua: https://www.tg24.info/comunita-montane-ricorso-al-tar-contro-la-decisione-della-giunta-regionale-uncem-lazio-creano-caos-istituzionale-e-non-ne-capiamo-il-perche/). Il problema, infatti, è che l’iter avviato sette anni fa per chiudere gli enti della montagna (e sostituirli – dove si vorrà – con Unioni di comuni) invece di concludersi nei sei mesi previsti inizialmente, anno dopo anno, modifica legislativa dopo modifica e proroga dopo proroga, ha fatto convincere tutti gli interessati che la cancellazione delle Comunità montane non si sarebbe più fatta. E così, benché commissariati e messi – appunto – in liquidazione, gli enti montani hanno continuato ad operare (per quel poco che hanno potuto) come se nulla fosse, programmando spese, attività, sponsorizzazioni, manifestazioni, assegnando incarichi, ecc. Basti pensare – esempio lampante -, che benché fossero in liquidazione (e da tempo avrebbero dovuto già chiudere i battenti), tali enti si sono avventurati nel presentare progetti e richiedere finanziamenti tramite il PNRR: oggi, proprio in funzione di tali aspettative, chiedono al Tar di bloccare l’attività liquidatoria portata avanti dalla Regione. La previsione, poi, che le comunità montane possano essere soppiantate da Unioni di comuni montani (le quali ultime possono svolgere le stesse attività di tutela/promozione della montagna) piace poco ai politici e alla politica locale. Attualmente, infatti, diversi Comuni montani fanno già parte di un’Unione comunale oltre che della Comunità montane di zona: non c’è, infatti, incompatibilità nell’appartenere ai due enti. È vietato, invece, far parte di due Unioni comunali, per cui molti sindaci dovranno scegliere se restare con quella a cui già aderiscono oppure lasciarla per aderire alla nuova Unione montana che sorgerà dalle ceneri dell’ente comunitario. Ovviamente, oltre ‘all’imbarazzo della scelta’, a piacere poco è il dimezzamento di poltrone e incarichi, che ne consegue. Forse anche per tutto questo, la nuova proposta di legge regionale per la salvaguardia, la valorizzazione e lo sviluppo del patrimonio montano del Lazio – a firma dei consiglieri Roberta Della Casa, Marco Colarossi, Cosmo Mitrano, Giorgio Simeoni, Nazzareno Neri, Luciano Crea e Fabio Capolei – punta a chiudere l’iter di riforma delle comunità montane ed individua, una volta aboliti gli enti montani e nate le Unioni di comuni montani, queste ultime quale forma associativa locale “idonea per realizzare una gestione unitaria delle funzioni e dei servizi comunali, finalizzata a superare le difficoltà legate alla frammentazione dei piccoli comuni che costituiscono la maggioranza dei comuni laziali e, particolarmente, di quelli montani, in modo da razionalizzare la spesa e conseguire una maggiore efficienza dei servizi”. La proposta di legge vuole essenzialmente favorire e promuovere, con appositi incentivi, la costituzione delle Unioni tra i comuni montani, demandando alla Giunta l’eventuale individuazione dei livelli territoriali ottimali di esercizio associato di funzioni comunali, nonché le premialità e incentivazioni che la Regione attribuisce ai comuni che si associano in unione per gestire unitariamente le proprie funzioni in modo da assicurare una gestione omogenea ed equilibrata in tutto il territorio di competenza. Nella bozza legislativa è stimato in 7,3 milioni di euro, a decorrere al 2024, lo stanziamento necessario ad assicurare il corretto funzionamento dei neo costituiti enti locali in forma associata. Risorse che proverrebbero dal “Fondo per la copertura degli oneri di personale e di gestione delle unioni di comuni montani” già previsto in bilancio.
