(di Cesidio Vano) Con un tasso pari al 114% (che a volte arriva al 125%), la Regione Lazio è la quarta in Italia per sovraffollamento carcerario, preceduta da Lombardia, Campania e Sicilia. È quanto emerge, sfogliando la lunga relazione sull’attività svolta negli anni 2021 e 2022, che il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Stefano Anastasìa, ha presentato venerdì presso la Sala Menchelli del Consiglio regionale del Lazio.
Nel corso dell’iniziativa, il garante dei detenuti, Anastasìa, ha ricordato gli ultimi episodi di aggressioni e violenze nelle carceri, sottolineando come: “l’incontro di oggi diventa importante anche per affrontare il tema della carenza di personale della polizia penitenziaria e del servizio sanitario per le persone che sono private della libertà, in una regione con 14 istituti penitenziari, sei Rems e un istituto per i minori. Questi istituti devono cercare di dare un’altra possibilità. Purtroppo, spesso ciò non avviene. Noi vorremmo invertire questa rotta e cercare, insieme alle istituzioni che sono competenti in materia, nella formazione e nel lavoro, di dare le giuste risposte e individuare il percorso da intraprendere con i vari attori protagonisti”. I numeri delle carceri laziali I dati presentati dal Garante, rivelano come, a fine 2022, le persone detenute nei 14 istituti penitenziari per adulti del Lazio fossero 5.933. La capienza regolamentare complessiva degli istituti penitenziari della regione era invece di 5.217 posti, con un tasso di affollamento conseguente pari al 114 per cento, leggermente superiore alla media nazionale del 109 per cento. “Tuttavia – annota il Garante -, se si considera il numero di posti effettivamente disponibili sulla base di quanto rilevabile dalle schede di trasparenza sui singoli istituti del ministero della Giustizia, che – a fine 2022 – erano 4.745, il tasso di affollamento raggiunge il 125 per cento, con punte che superano il 150 per cento a Latina, Civitavecchia e Regina Coeli”. Solo il 70% ha una condanna definitiva Nella relazione si spiega, inoltre, che, il 15 per cento delle persone detenute nel Lazio è in attesa di primo giudizio; un altro 15 per cento ha una condanna non definitiva. Il restante 70 per cento ha una condanna definitiva. “Sono dunque 4.149 le persone con pena definitiva, e a poco più della metà di loro (il 50,1 per cento) è stata comminata una condanna di durata inferiore ai cinque anni – dice il Garante -. Si tratta di una percentuale più alta rispetto a quanto si verifica nell’intera Italia (41,8 per cento). Insomma, nella popolazione carceraria del Lazio è più alta l’incidenza di persone condannate per reati meno gravi, rispetto a quanto avviene nel resto del Paese”. “Rifiutare il sovraffollamento come condizione naturale dell’esecuzione della pena detentiva – ha dichiarato Anastasìa nel corso della sua esposizione – obbliga a scegliere tra il carcere della extrema ratio, conforme alla Costituzione e riservato agli autori di gravi reati, e l’ospizio dei poveri a cui le nostre carceri sono in gran parte costrette, resistendo alla tentazione del carcere per ogni cosa e scommettendo sulle sanzioni sostitutive e sulle misure di comunità per i reati minori”. Alla presentazione della Relazione hanno partecipato anche il presidente del Consiglio regionale, Antonello Aurigemma; Daniela De Robert, membro del collegio che costituisce il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e il segretario generale vicario del Consiglio regionale, Vincenzo Ialongo. L’esperienza del Covid in carcere Daniela De Robert, in rappresentanza del Garante nazionale, ha voluto ricordare l’esperienza della pandemia in carcere che “ha interrotto prassi, collaborazioni e attività che è stato difficile riprendere e ha rallentato e affaticato tutti i servizi sanitari”, ma ha anche rotto il tabù del digitale, “consentendo le videochiamate in luogo dei colloqui in presenza, moltiplicando le telefonate oltre la posologia novecentesca dei dieci minuti a settimana, come se i detenuti (e solo i detenuti) dovessero ancora accantonare i gettoni per tutta la settimana da spendere nella telefonata ai familiari che quelli della mia generazione facevano il sabato da universitari fuorisede, nella licenza di leva o nella domenica libera dal lavoro”. A tale proposito, Anastasìa ha ricordato l’iniziativa legislativa nazionale del Consiglio regionale, portata alle Camere nella passata legislatura, per l’affettività dei detenuti, che comprendeva un numero minimo di tre telefonate a settimana per una durata fino a venti minuti ciascuna. Giustizia minorile e strutture fatiscenti Infine, il Garante Anastasìa ha ricordato quanto il sistema della giustizia minorile abbia sofferto in questi anni. “Non per una recrudescenza dei fenomeni criminali – ha detto -, di cui talvolta di parla, a seguito di pur gravissimi casi di cronaca, come l’omicidio della giovanissima Michelle Causo a opera di un suo coetaneo diciassettenne. No, il problema della giustizia penale minorile, visto dal punto di vista del Garante, è innanzitutto parte del problema della mancanza di risorse umane e finanziarie del sistema giustizia. Anche a Roma le strutture sono state fatiscenti al punto di dover chiudere a turno le sezioni detentive per consentirne la ristrutturazione e il rispetto dei più elementari standard di sicurezza, ma il problema più grave nel tempo è stata la mancanza di personale, tale per cui alcuni servizi non possono essere garantiti (per esempio i colloqui in area verde)”. La situazione più grave nei Centri per il rimpatrio Un mondo a parte, sempre più popolato di ex-detenuti, sono le condizioni del Centro per il rimpatrio di Ponte Galeria che, ha riferito Anastasìa, “alle persone provenienti dalle carceri fatiscenti e sovraffollate unanimemente sembrano degradanti”. “Nonostante la ristrutturazione relativamente recente del reparto maschile – ha proseguito Anastasìa -, nonostante la sperimentazione di una integrazione tra assistenza sanitaria di base, offerta dall’ente gestore della struttura, e assistenza specialistica garantita dalla Asl Roma 3 e la pur minima apertura del Centro ad associazioni di volontariato, “è indubbio che in gran parte sia così, come dicono i trattenuti: il Cpr è peggio di un carcere. In modo particolare le persone trattenute lamentano la difficoltà di comunicare con l’esterno (ingiustificata per il loro status di semplici irregolari, non di autori di reato in esecuzione penale) e l’assoluta inattività delle giornate, movimentate solo dall’arrivo dei pasti e dalla coda per la somministrazione delle terapie”.
