“All’inizio non credetti di dovermi mettere in allarme, dato che il cambiamento era quasi impercettibile. Ma non potei fare a meno di notare che le cose intorno a me tendevano certe volte ad assumere sfumature insolite: le ombre del tramonto sembravano più cupe, i risvegli mattutini meno allegri, le passeggiate in campagna non più così invoglianti e, soprattutto, c’era un momento nella mia giornata di lavoro, il tardo pomeriggio, in cui senza preavviso mi sentivo invadere da una strana ondata di angoscia mista a panico. La cosa durava pochi minuti ed era accompagnata da una sensazione fisica di nausea. In effetti, un malore del genere era quantomeno allarmante”. È attraverso queste parole che William Styron, scrittore statunitense, nel suo bel romanzo autobiografico, “Un’oscurità trasparente” (1990, pp. 52-3), ha efficacemente descritto il modo, insidioso e subdolo, in cui, progressivamente, si è accorto di addentrarsi nei meandri della sua esperienza depressiva.
Cosa si intenda oggi per “depressione” è tutto fuorché univoco. Nonostante rappresenti una delle sindromi che, da secoli, ha ricevuto maggiore attenzione dai più illustri studiosi (a partire dai pionieristici studi di Ippocrate), il termine “depressione” è diventato, nel linguaggio della quotidianità, un’etichetta diagnostica onnicomprensiva, un concetto “ombrello” dai contorni molto indefiniti, un contenitore tanto grande quanto, spesso, vuoto di significato. Alla maggior parte di noi sarà capitato, almeno una volta, di descrivere sé o qualcun altro come “un po’ depresso, sottotono, triste”. Come mai questo termine è diventato parte integrante del linguaggio gergale?
Un fenomeno che ha suscitato un mio particolare interesse è quello secondo cui, da qualche anno a questa parte, non c’è scritto – più o meno autorevole – sul tema, che non riporti la seguente citazione: “Stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità prevedono che, entro l’anno 2020, la depressione sarà seconda solo alle malattie ischemiche nel determinare disabilità”. Nel predire che, a breve, essa rappresenterà la sindrome psicopatologica più diffusa (soprattutto entro una società improntata su valori di tipo occidentale), l’OMS – tra le fonti più accreditate – non è esente dal suscitare un certo clima allarmistico.
Davvero, dunque, si potrà parlare del “secolo della depressione”? Un maggior numero di diagnosi di “disturbo depressivo” quali e quante ripercussioni potrebbe comportare a livello sanitario e socio-culturale?In un convegno tenutosi a Copenaghen nel 2006 si era proposto di abolire il termine “depressione maggiore” perché considerato una catastrofe nosologica. Verso una simile direzione sembrano andare le osservazioni raccolte da Horwitz e Wakefield in un testo intitolato “The Loss of Sadness”. La tesi centrale delle loro argomentazioni è quella secondo cui “la psichiatria contemporanea confonde la normale tristezza con il disturbo depressivo poiché ignora la relazione dei sintomi con il contesto entro cui emergono […] un’intensa tristezza è una capacità, non una debolezza del carattere” [traduzione mia] (2007, pp.VII, 23). Un lutto, la perdita di una persona cara, la rottura di una relazione significativa, l’impossibilità di raggiungere le proprie aspirazioni, nonostante ci possano mettere duramente alla prova, suscitando in noi uno stato di profonda tristezza, non è detto che debbano sconfinare in un’esperienza depressiva.
È legittimo confondere tristezza e depressione? Qual è il confine tra di loro?Il più autorevole inventario di segni e sintomi di carattere psichiatrico, il “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali” (DSM), a cura dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), giunto alla sua quinta edizione nel 2013, sembra, in questo caso, venirci in aiuto. Quasi volendo fare un’istantanea della depressione, la descrive come una condizione, duratura e pervasiva, caratterizzata da: umore depresso; diminuzione di interesse o piacere per quasi tutte le
attività; alterazioni del peso corporeo, del ritmo sonno-veglia e di tipo psicomotorio (agitazione o rallentamento); riduzione dell’energia; astenia; sensi di colpa; compromissione della capacità di pensare, concentrarsi o prendere decisioni; pensieri di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio. Non diversamente dalle altre istantanee, però, anche questa non può non peccare in un aspetto cruciale: la capacità di rendere la dinamicità e l’incessante divenire di una condizione. Lungi dal rappresentare uno stato fisso e immutabile, un disturbo depressivo, nel suo evolversi, il più delle volte varia costantemente. In più, un adolescente, un giovane adulto, un uomo, una donna in dolce attesa, un anziano sperimenteranno gli stessi sintomi in modo del tutto personale, soggettivo, irripetibile. Infine, un’etichetta diagnostica, seppur fornisca una fotografia di quello che la persona ha, in un determinato momento, nulla ci dice su chi essa sia né sull’origine e la natura del vissuto depressivo che sta sperimentando.Chi è la persona che può sviluppare depressione?In letteratura una serie di tratti di personalità sono stati identificati come tipici della cosiddetta personalità depressiva: umore dominato da infelicità, abbattimento, scoraggiamento; pessimismo; un concetto di sé centrato sulla svalutazione, sull’inadeguatezza e sulla bassa autostima; una tendenza all’autocolpevolizzazione e all’autocritica; una facilità nel provare sensi di colpa o rimorso; un modo negativistico e giudicante di porsi verso gli altri; una tendenza a rimuginare e a preoccuparsi (Gabbard, 2000). L’individuo con questo tipo di personalità può avere la tendenza ad assumere un atteggiamento particolarmente serio, a mancare di senso dell’umorismo, ad essere responsabile, esageratamente scrupoloso, coscienzioso, particolarmente affidabile ed attendibile, incline a lavorare alacremente e a porsi obiettivi smisuratamente elevati. Talvolta può presentare un grande talento ed una particolare sensibilità che spesso coesiste con spiccate capacità artistiche ed estetiche.
Quali sono le esperienze che favoriscono l’insorgenza di un episodio depressivo?
Già Freud, nel brillante saggio “Lutto e melanconia” – in cui studia lo stato patologico della melanconia confrontandolo con il modello normale del lutto – scrive che “In una serie di casi è evidente che anche la melanconia [similmente al lutto] può essere la reazione alla perdita di un oggetto amato. In altre circostanze si può invece riscontrare che la perdita è di natura più ideale” (1917, p. 104). In effetti, sembra che alcune tipologie di personalità siano più vulnerabili allo sviluppo di vissuti depressivi in seguito a determinate esperienze “precipitanti”. Ad esempio, persone – più frequentemente, ma non necessariamente, donne – che hanno un intenso desiderio di essere accudite, protette, amate, possono sviluppare depressione in seguito alla rottura di relazioni interpersonali (più o meno gratificanti), sperimentando vissuti di perdita, abbandono, impotenza, solitudine, fragilità. O ancora, individui – più frequentemente, ma non necessariamente, uomini – particolarmente autocritici, perfezionisti, competitivi, che temono di essere giudicati e disapprovati dagli altri, possono invece sviluppare depressione nel momento in cui sentono di aver fallito nel raggiungere i propri ideali e obiettivi, di solito molto ambiziosi, sperimentando sensi di inutilità, fallimento, inferiorità e colpa (Blatt, 2004).In quanti modi differenti, dunque, un sintomo, ad esempio “l’umore depresso”, può essere vissuto, tradotto, sperimentato, da persona a persona?Oltre e al di là dell’etichettamento diagnostico, non sarebbe dunque più utile, similmente a come suggerisce Pessoa – certo in un ambito differente – nel suo “Il libro dell’inquietudine” (1986, p. 33), “Dare ad ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima”?
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Dott.ssa Francesca Straccamore
Psicologa, Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica e Clinica
Fonti citate:
American Psychiatric Association (APA) (2013), DSM-5. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Washington DC: American Psychiatric Publishing.
Blatt S.J. (2004), Experiences of Depression. Theoretical, clinical, and research perspectives. Washington (DC): American Psychological Association.
Gabbard G.O. (2000), Psichiatria psicodinamica. Terza edizione. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2002.
Horwitz A.V., Wakefield J.C. (2007), The Loss of Sadness. How Psychiatry Transformed Normal Sorrow Into Depressive Disorder. New York: Oxford University Press.
Freud S. (1917), Lutto e melanconia, in Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti: 1915-1917, Torino: Bollati Boringhieri, 1989, pp. 100-18.
Pessoa F. (1986), Il libro dell’inquietudine. Milano: Feltrinelli Editore, 1988.
Styron W. (1990), Un’oscurità trasparente. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1996.

