Anagni – Confapi Lazio e Federlazio sul caso Catalent e i 100 milioni di investimenti andati in fumo

Anna Ammanniti
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Confapi Roma e Lazio e Federlazio tornano sul “caldo” argomento Catalent e i 100 milioni di dollari di investimento ritirati dal territorio anagnino e indirizzati nel Regno Unito.

Il 21 luglio 2021 la multinazionale farmaceutica Catalent aveva annunciato che avrebbe investito 100 milioni di dollari presso il suo stabilimento italiano di Anagni, per aumentare la capacità di produzione di sostanze farmacologiche biologiche e sostenere la crescente domanda del mercato europeo per la produzione e fornitura di prodotti biologici. Anagni, come è noto, è un territorio incluso nel Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco, un’area avvelenata dalle industrie mezzo secolo fa, in attesa di essere bonificata e quindi per le autorizzazioni è necessario seguire un determinato iter. In 9 mesi l’Arpa aveva effettuato i rilievi e tutto era già sulle scrivanie del ministero della Transizione Ecologica. Gli americani della Catalent aveva rilevato l’azienda nel 2020 dalla Bristol, hanno deciso di spostare l’importante investimento in Inghilterra. Queste le parole del presidente di Confapi Lazio, Massimo Tabacchiera: “Addio di Catalent allo stabilimento di Anagni, in fumo 100milioni di dollari di investimenti e almeno 100 posti di lavoro. Purtroppo non si tratta di un caso isolato, ma solo di uno dei tanti esempi di investimenti e di opportunità respinti dall’ordinaria burocrazia. La burocrazia anacronistica, lenta, farraginosa che paralizza progetti industriali e allontana gli investitori dalla nostra regione costituisce una questione centrale sulla quale occorre intervenire immediatamente. La vicenda di Catalent è certamente eclatante per i suoi effetti, per le dimensioni economiche, per gli imbarazzanti riflessi internazionali, ma si tratta purtroppo, come ben sanno tutti gli imprenditori del territorio, di una distorsione strutturale del sistema economico amministrativo regionale e nazionale. Siamo quotidianamente alle prese con passaggi amministrativi insopportabili, con tempi di rilascio delle autorizzazioni indefiniti, con mancanza di riferimenti e di certezze. Anche in aree già urbanizzate ogni intervento propedeutico all’avvio o allo sviluppo di un’iniziativa produttiva, anche un semplice ampliamento di un capannone, diventa un’avventura incompatibile con un Paese che vuole ritenersi industrializzato e considerarsi competitivo. Oltre ai problemi creati dalla pandemia e dalla guerra in corso non possiamo permetterci di dover combattere ogni giorno anche con la burocrazia autoctona. Se non siamo in grado di definire un intervento organico e strutturale, che peraltro sollecitiamo da tempo approviamo almeno un provvedimento straordinario e temporaneo, che semplifichi e dimezzi passaggi e tempi delle procedure autorizzative consentendo all’economia del territorio di ripartire e di cogliere le opportunità di questa complessa fase storica. Si tratta non più di un’opzione, ma di una drammatica necessità per riattivare il sistema produttivo, riqualificare il territorio e riequilibrare la ridistribuzione della ricchezza oggi ancor più squilibrata, come hanno evidenziato anche gli ultimi recenti dati del Ministero dell’Economia. Se non vogliamo ampliare la frattura sociale ed economica dobbiamo consentire agli investimenti di produrre i loro effetti in tutte le aree del territorio.” Questo il commento del presidente Federlazio Frosinone, Nino Polito: “Il trasferimento da Anagni nell’Oxfordshire del progetto da 100 milioni di dollari della Catalent, è un duro colpo per il nostro territorio. Lo è ancora di più perché, anche se era un pericolo annunciato, nessuno ha fatto nulla per scongiurarlo. Con grande amarezza, ancora una volta perdiamo l’opportunità di generare valore con un imbarazzante epilogo che riguarda l’intero Paese. Paese attanagliato da una burocrazia granitica non in linea con i tempi che, invece, richiedono risposte certe ed immediate. Rischiamo, non adeguandoci ai cambiamenti epocali che segnano la nostra storia (digitalizzazione, innovazione, intelligenza artificiale, ecc.), di non essere al passo con i nostri competitors, perdendo quote di mercato che difficilmente verranno colmate”. La procedura di analisi di rischio sanitario-ambientale è doverosa per scongiurare emissioni potenzialmente dannose per la salute umana, ma non è tollerabile che per avere l’autorizzazione necessaria si debbano aspettare tempi biblici. Dovremmo anche confrontarci su perimetrazione e valori di fondo delle aree del SIN Valle del Sacco, scongiurando, ove possibile iter procedurali con esiti ovvi. Con un colpo solo, la lentocrazia, pertanto, azzera un importante progetto che avrebbe rafforzato la posizione di mercato del distretto farmaceutico del frusinate in Europa, che avrebbe significato la realizzazione di un centro ricerca di eccellenza per la produzione di farmaci di nuova generazione, creato nuova occupazione, formato alte professionalità nell’ambito dell’industria del farmaco in stretta sinergia con il mondo universitario. Va sottolineato che vi sono altri casi come quello della Catalent, anche se gli investimenti sono di minore dimensione. Sul tema delle lungaggini autorizzative si discute ormai da decenni, c’è quasi un’assuefazione all’impossibilità di invertire la rotta affiancando le imprese, favorendone la crescita e lo sviluppo, valorizzando le aree industriali rendendole più attrattive agli investimenti. Una situazione di sfiducia che non genera valore per il tessuto economico e sociale del nostro territorio che è meritorio della scelta di Catalent per competenze, maestranze, indotto, centri di ricerca e Università che sono il vantaggio competitivo per chi vuole investire. C’è bisogno di un profondo cambio di passo, per sburocratizzare il nostro Paese, rendendolo più moderno e, pertanto, più competitivo”. Sarebbe bello sentire parlare anche di bonifica come mezzo per “accelerare” le pratiche burocratiche. Anna Ammanniti
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